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martedì 26 settembre 2017
 
 

2009

 
 

 

Trieste, 13 gennaio 2009: presentazione calendario Istria 2009

copertina  retro

Continua la costante collaborazione tra la nostra associazione e l’ADES, che in occasione della sua assemblea nazionale ci dà l’opportunità di presentare l’ultima fatica della Pertan: il calendario fotografico Istria 2009. Il lavoro ricalca lo stile ed il senso di quello prodotto nel 2008, immagini di varie cittadine istriane, a volte panorami, a volte scorci, quasi sempre suggestivi, ma soprattutto abbinati a parole di autori o canzoni popolari che in varie epoche hanno reso omaggio a questa terra. Un piccolo percorso storico e culturale attraverso la nostra istriana penisola, con l’aiuto di immagini attuali che ne dimostrano l’incantevole bellezza, cercando di eludere il più possibile gli aspetti peggiori della modernità, ma cercando di stimolare chi legge a prendere il testimone dagli istriani di un tempo, continuando ad amare questa terra ed a sentirvisi legati. Ci scusiamo se alcuni non troveranno la propria località di origine, purtroppo i mesi sono solo 12 ed i luoghi meritevoli di un tributo sarebbero veramente tanti; abbiamo però cercato di includere alcune cittadine escluse nell’edizione del 2008.

Pirano

 Si inizia da un’immagine notturna di Pirano ed in particolare della gloriosa piazza Tartini. Le parole dialettali riportate sono tratte dalla “Canzonetta Piranese”, motivetto popolare più umile rispetto al celebre ”Inno a Pirano” riportato nel 2008, ma ugualmente significativo nell’esprimere un profondo amore per la piccola ma storicamente importante cittadina. Nello stesso periodo, tra ‘800 ed inizi del ‘900, si registrò un’eccezionale fioritura di canzoni dedicate a Pirano, alcune popolari e dialettali come questa, altre decisamente più raffinate ed in lingua italiana, ma tutte impegnate nel cantare la bellezza del centro storico, del suo mare, la gloriosa storia della cittadina e le sue radici orgogliosamente latine e venete. Anche i palazzi di Piazza Tartini sembrano evocare un passato importante, dalla rossa casa veneziana visibile sulla destra, all’imponente palazzo del Comune, di stile neoclassico, fino al monumento al musicista Piranese Giuseppe Tartini, uno dei motivi di orgoglio dei piranesi, non per niente collocato proprio al centro della piazza che da oltre un secolo gli è dedicata. 

 

Isola

 Nel mese di febbraio, da un motivo popolare, passiamo a delle parole più altisonanti e ricercate, dedicate alla cittadina di Isola d’Istria addirittura da Gabriele D’Annunzio e tratte dalla sua “Lettera ai dalmati”. L’immagine è scattata dalla zona di Belvedere, subito a sud della cittadella, dove una stradina scende ripida e veloce verso il mare e punta Cane, offrendoci il privilegio di ammirare Isola da scorci di rara bellezza, incorniciata dai pini. Proprio in questo modo il celebre poeta – vate ci descrive la località istriana: impreziosita ed ornata da una vegetazione primaverile, inghirlandata dalla natura in premio al suo glorioso passato. Il motivo per il quale D’Annunzio cita Isola d’Istria riguarda proprio un episodio storico, avvenuto nel giugno del 1797, quando in Istria arrivò la notizia della caduta della repubblica di Venezia, che fino ad allora aveva governato queste terre per oltre quattro secoli. Nella maggior parte delle località istriane e dalmate si registrarono scene di disperazione, da parte di popolazioni che si sentivano, culturalmente e non solo, legate a Venezia. In alcuni casi i governanti locali, ormai rassegnati al cambio di potere, stavano già preparando l’accoglienza al nuovo dominatore austriaco, da molti visto come il male minore rispetto alla Francia napoleonica portatrice delle idee rivoluzionarie; fu però a Isola che si verificò una delle sommosse più violente, al culmine delle quali fu ucciso il podestà veneto Nicola Pizzamano, accusato, forse ingiustamente, di aver tradito la “Regina del mare”.  

Parenzo

 Il mese di marzo ci porta a Parenzo, vista dalla val Servolo, in una di quelle giornate in cui il mare diventa più che mai protagonista ed infrange violentemente le sue onde spumose sui lidi istriani, rendendoli ancor più suggestivi. Le parole che accompagnano questa immagine sono state tratte dalla rivista degli esuli da Parenzo e riflettono proprio il dramma dell’esodo, della nostalgia per il proprio borgo natìo. Del parentino che ha composto tali versi siamo riusciti a recuperare solo le iniziali, ma lo stato d’animo qui espresso è comune a molti altri istriani, fiumani e dalmati: il dolore per la lontananza si accompagna alla consapevolezza dei profondi mutamenti che hanno sconvolto in maniera irrimediabile la propria località d’origine, sia dal punto di vista visivo, che da quello sociale. Parenzo è quindi ancor viva solo nei sogni e nei ricordi, quando chiudendo gli occhi il paese torna ad apparire com’era una volta, adagiato sul mare come una barca, “mezo tocià ne l’acqua e mezo fora”, tanto bello e vivo, “come un quadro ‘pena piturà”.

Montona

 Non lontano da Parenzo sfocia in mare il fiume Quieto ed è proprio seguendo idealmente a ritroso il percorso del più importante corso d’acqua istriano che ci spostiamo verso il centro della regione, fino a lambire la gloriosa cittadina di Montona, che domina la valle. La natura della valle del Quieto è qualcosa che ancor oggi tocca nel profondo gli animi più sensibili, come in passato ha toccato Renato Rinaldi, poeta e patriota di Portole del primo ‘900, di cui già abbiamo parlato nel calendario Istria 2008. I versi che impreziosiscono questa immagine sono tratti dalla poesia “Il giunco”, nella quale il poeta si immedesima appunto in ramoscello tipico delle zone paludose che, mosso dallo scorrere dell’acqua, ora violenta, ora cheta, dialoga col Quieto; il fiume, quando scende la valle lento e basso, sembra quasi voler fermarsi, nel suo scorrere incessante, assieme al giunco, pensando che quel luogo sicuramente val bene una sosta. Qualunque visitatore dovrebbe fermarsi a Montona, borgo dal sapore medievale ed antico baluardo della Serenissima, alla quale proclamò spontaneamente la sua dedizione nel 1278, tra i primi comuni istriani. Come nei paesi della costa, qui tutto parla di Venezia, a partire dai vari leoni, la maggior parte dei quali a libro chiuso, sintomo che, secondo alcuni studiosi, in quel luogo la Repubblica aveva fissato uno dei suoi più avanzati avamposti, sul confine con la Contea di Pisino appartenente all’Impero austriaco, suo nemico di sempre. Nei secoli, la “Signora della valle” seppe resistere alle incursioni di più aggressori, grazie alle sue forti mura ed alla posizione strategica e diede sempre un notevole contributo di uomini e sforzi alla cosiddetta “dominante” cui rimase fedele fino all’ultimo: la Serenissima.

Verteneglio

 In maggio ci spostiamo un po’ più a nord, sempre nel territorio storico del dominio veneziano, ma in una zona dal passato meno blasonato, caratterizzato da una più umile vita rurale, ovvero a Verteneglio. Il paese è qui immortalato, avvolto dai magici colori del crepuscolo, dal sentiero che conduce a Baredine ed a Villanova. In linea con la tradizione di questo paese e del suo territorio, abbandoniamo le raffinate suggestioni poetiche per affidarci al testo di una semplice e genuina canzone popolare che richiama i santi patroni delle piccole frazioni del circondario, San Rocco per gli abitanti di Buroli, San Pietro (e Paolo) per quelli di Carsette, San Zenone, cui è dedicata la chiesa di Verteneglio. In realtà la ricorrenza più sentita in quest’ultima località è San Rocco, visto che il 16 agosto, giorno dedicato a tale santo, proprio Verteneglio è teatro ogni anno di una grande festa che attira a centinaia istriani, triestini, ma anche turisti  E’ noto come il culto dei santi era un tempo alquanto sentito, scandiva ricorrenze, abitudini, feste di paese e rapporti sociali. Un tale legame con le ricorrenze religiose si è andato un po’ perdendo nel secondo dopoguerra, con l’esodo di molti degli abitanti autoctoni e con l’imperversare della modernità livellatrice. Tuttavia, seppur in tono minore, si percepisce ancora oggi il retaggio dell’importanza dei santi patroni di alcune località, visto la partecipazione che le feste di paese stanno di nuovo riscontrando anche tra i giovani. Anche questo, pur nella dimensione più “ludica” e talvolta superficiale, può essere un modo di mantenere le proprie tradizioni.

Muggia

Il mese di giugno può rappresentare una piccola sorpresa per molti, che identificano l’inizio del territorio istriano con il confine italo - sloveno. Noi teniamo invece a ricordare il fatto che Muggia è storicamente ed a tutti gli effetti ancora oggi una cittadina istriana, cosa purtroppo ignorata o trascurata anche da molti muggesani. Geograficamente, infatti, il confine della regione istriana viene considerato dagli studiosi il fiume Rosandra e per di più in questa cittadina sono decisamente evidenti i tratti architettonici ed urbanistici comuni a molte località costiere istriane in territorio oggi sloveno e croato. La foto ritrae la piazza, decisamente ben valorizzata, in particolare il duomo dedicato ai Santi Giovanni e Paolo ed il palazzo del Municipio, originariamente eretto nel 1265 e più volte riedificato nei secoli a venire, fino alla versione definitiva degli anni ’30 del ‘900. La vecchia canzone muggesana, di cui non è noto l’autore, parla di un vivere semplice ed umile, dove per essere felici basta “una biga de pan” ma dove conta anche l’attaccamento al proprio passato, qui rappresentato dall’ “insegna”, ovvero il leone di San Marco del palazzo del comune (anche questo a libro chiuso, come a Montona). Queste poche parole rendono evidente che anche qui il legame con la Serenissima ha lasciato il segno, nelle vestigia architettoniche ma anche nel sentimento popolare. Chi oggi la visita non può che constatare come Muggia sia una cittadina molto ben conservata e come il borgo storico sia stato ristrutturato nel rispetto delle caratteristiche originali. Passeggiando per le strette calli, salendo verso il castello, parlando coi suoi allegri abitanti, ammirando i palazzi della piazza Marconi qui immortalata, ai più innamorati dell’Istria può capitare di sognare ad occhi aperti, immaginando come sarebbero state oggi le altre cittadelle istriane, se un ingrato destino ed un ingiusto confine non le avessero in buona parte private dei loro abitanti storici, dei loro dialetti, delle loro tradizioni.

Rovigno

 Con un salto di quasi 100 chilometri ci spostiamo a Rovigno, che quest’anno abbiamo voluto presentare in  veste notturna, immagine un po’ meno frequente rispetto ad altre più inflazionate, ormai celebri a  migliaia di turisti. La foto è scattata dal molo grande, ovvero il più recente, finito di costruire nel 1859 sulle rovine di uno più piccolo ed antico. Tra le due guerre il molo è stato intitolato a Nazario Sauro, ma popolarmente è sempre stato chiamato molo “Cal Santa”, in omaggio alla leggenda di sant’Eufemia, patrona di Rovigno; le sue spoglie, secondo la tradizione, sarebbero prodigiosamente approdate nella cittadina istriana, da Costantinopoli, nell’anno 800 d.C. nel sarcofago di pietra galleggiante sul mare, toccando la costa proprio sulla sponda sud dell’abitato peninsulare, al centro di questa immagine. Ancor oggi, sopra la scogliera e quasi confusa tra i cuscini di un locale per turisti, una croce ricorda il miracoloso fatto, come l’attigua splendida chiesetta di Santa Croce, con la loggia affacciata sul mare, che da secoli dà il nome anche alla contrada circostante. Quest’anno le parole che accompagnano Rovigno sono del maestro rovignese Carlo Fabretto, storico insegnante in varie scuole musicali cittadine ed autore di molti celebri brani rovignesi come “Li muriede ruvignise”, “La tabacchina” e “Vien Fiamita”. Nello stesso periodo, ovvero tra XIX ed inizio del XX secolo si è registrata una notevole fioritura di canzoni, che nella maggior parte dei casi riflettevano l’anima popolare della città, anche detta “la popolana del mare”, ma talvolta ne esprimevano anche l’identità nazionale italiana. I testi erano quasi sempre scritti e cantati nel particolare dialetto rovignese, variante locale dell’istrioto, di cui abbiamo offerto un esempio nel calendario 2008; in questo caso invece il componimento è stato realizzato nel dialetto istroveneto, più facilmente comprensibile e più comunemente parlato ancor oggi dagli Italiani di Rovigno, come da quelli del resto dell’Istria. La canzone è ben ricordata e spesso cantata anche dagli esuli che ricordano con nostalgia la loro città, la sua bellezza, la sua gente di un tempo, la sua “favela”.

Cittanova

 Lungo la costa occidentale torniamo a veleggiare verso nord, fino ad incontrare la bellissima Cittanova. Questa veduta dal mare mette in risalto le antiche mura di difesa, ancora ottimamente conservate, fatte costruire dai veneziani durante il medio evo, nonché la loggia affacciata sul mare. Anche qui la Serenissima è rimasta presente ben oltre il suo declino politico, non solo nell’architettura e nell’arte, ma soprattutto nella cultura e nella parlata dei suoi abitanti. I versi che accompagnano l’immagine sono proprio di uno di questi, Carlo d’Ambrosi, nativo di Buie d’Istria ma vissuto fin da piccolo a Cittanova, fino al momento dell’esodo, nel 1951. Le parole, che abbiamo pubblicato per gentile concessione della figlia Anita, esprimono amore per la cittadina che lo ha visto crescere, paragonata alla luce di una stella, a uno splendido fiore, ma che allo stesso tempo rappresenta un ricordo doloroso per il forzato distacco, per le trasformazioni avvenute, per il dramma dell’esilio. D’Ambrosi, come molti istriani, una volta esule si è rifatto una vita con grande impegno e dignità, ma anche distinguendosi come geologo dell’Università di Trieste e realizzando alcuni lavori scientifici riguardanti la sua terra. Nel tempo libero, inoltre, si è segnalato come poeta, pubblicando negli anni vari libri di poesie in buona parte dedicate alla sua terra d’origine e a Trieste, città che lo ha ospitato. Auspichiamo che questo ed altri simili contributi possano un giorno far si che chi oggi si reca in questa zona per le vacanze estive o gite domenicali e visita questa cittadina, conosca anche la sua storia, la sua cultura originaria, il dramma patito dalla grande maggioranza dei suoi abitanti di un tempo.  

Capodistria

 Continuiamo a salire lungo la costa, fino ad incontrare Capodistria, qui cantata dal poeta dialettale Tino Gavardo, nella poesia “A una signorina”. Il poeta capodistriano, al quale abbiamo dedicato una conferenza il 1 dicembre 2007, si rivolge all’amica ricordando quando insieme camminavano “per la marina” e vedevano la loro bella Capodistria, in questo caso personificata in una “birichina” un po’ vanitosa, viste la sua bellezza e le sue preziose opere artistiche ed architettoniche, che si specchia nel mare. Chissà cosa proverebbe oggi Gavardo, nel vedere la sua amata cittadina dallo stesso punto, con il prezioso centro veneziano deturpato dai due “casermoni” rossi e viola che sembrano sfidare in altezza il bel campanile, con il bel golfo ed il rione di Bossedraga trasformati nel porto commerciale della Slovenia, con i vecchi e fieri abitanti cacciati e sostituiti da genti di differente cultura e lingua, per la maggior parte ignari del glorioso passato della cosiddetta “Atene dell’Istria”.

Grisignana Ottobre è dedicato alla splendida Grisignana, piccolo ma prezioso borgo dell’alto Buiese che proprio in autunno si veste di splendidi colori, incantando ancor di più il visitatore. Il testo, tratto dalla canzonetta popolare “Tra le tante borgatele”, è opera di un non meglio identificato Cernecca, nome abbastanza comune in alcuni paesi dell’Istria interna. Grisignana viene qui definita “la più bela tra le bele” e bisogna dire che, pur essendo verosimilmente di parte l’autore, probabilmente nativo del luogo, non si tratta affatto di un’esagerazione. Il paese è stato in buona parte ben ristrutturato e valorizzato a fini turistici ed ogni anno vi si svolgono manifestazioni culturali ed artistiche di richiamo. Ma il fascino di Grisignana si avverte soprattutto passeggiando nel silenzio invernale, tra le vie lastricate di pietre lucide quanto antiche, respirando qua e là l’odore di legna bruciata, passando dalle strette ed intricate calli alle mura medievali, le cui terrazze offrono un panorama con vista aperta sulla valle del Quieto da una parte e sui campi e le colline dell’alto buiese dall’altra. Quando le moderne manifestazioni lasciano spazio al silenzio, lo sguardo si posa sulle case ristrutturate ma vuote e sulle vecchie case abbandonate e ridotte a ruderi; in questi momenti tutto è più vero e la mente si rivolge ai tanti grisignanesi, che da circa mezzo secolo hanno dovuto abbandonare la loro “borgatela”.

BuieNovembre ci porta a Buie, qui immortalata dall’incrocio tra l’antica via Flavia, che unisce Trieste e Pola e la strada che conduce ad Umago e Cittanova. Da secoli Buie è definita “la sentinella dell’Istria” e fin dall’epoca romana essa ha svolto la funzione di vedetta, per la sua collocazione strategica sul colle alto 222 metri, che permette di controllare un  lungo tratto di costa e domina la strada più importante dell’Istria, creata proprio dai Romani. Le parole che accompagnano l’immagine sono tratte dal “Canto popolare istriano”, musicato dal maestro Giulio Giorgeri, autore anche della melodia del più aulico ”Inno all’Istria” di mons. Cleva, proposto nella copertina del nostro calendario 2008 e divenuto l’inno ufficiale della penisola durante il periodo di appartenenza all’Italia. Con approccio piuttosto semplice e popolare la canzone dialettale cita le più rinomate località istriane associandole ai rispettivi e più immediati simboli: in questi versi Rovigno è identificata col suo alto campanile, copia quasi perfetta di quello di San Marco a Venezia, Parenzo alla preziosa basilica eufrasiana ed al patrono San Mauro, in altre strofe Pirano e Capodistria sono rappresentate dalle loro saline, Albona dalle miniere di carbone, Pisino dalla sua Foiba e Pola dall’Arena. In linea con il prolifico filone musicale patriottico prodotto dagli istriani di cultura italiana a cavallo tra ‘800 e ‘900, tutta la canzone è intrisa di amor patrio, tesa ad esaltare le radici latine della penisola. L’esaltazione di un prestigioso passato non può trascurare la gloriosa Buie d’Istria, da sempre posta materialmente a guardia del territorio, ma anche simbolicamente a presidio di un’antica civiltà…”sul colle suo gentil”.

San Lorenzo Anche quest’anno il mese dicembre, cui lui teneva molto, è dedicato a Cristian e alle parole di una sua canzone, abbinate ad un luogo dove lui amava andare, anche da solo, per riposare, tuffarsi in mare, leggere un libro e meditare su ciò che egli aveva intorno. Scrivere canzoni era anch’esso un modo per manifestare il suo attaccamento alle origini e per divulgare la storia della sua terra. E così, oltre a scrivere, “Boccia” suonava la chitarra nel gruppo Non Nobis Domine, di cui diverranno celebri, attraverso i canali della musica alternativa, soprattutto “Mas 96” e “Terra rossa”, poi riarrangiata dagli Ultima Frontiera. Con le parole accompagnate all’immagine vengono ripresi alcuni simboli della penisola istriana: la terra rossa, il bel mare, il sole che rende ancor più radiosi questi splendidi lidi. La foto di dicembre è riuscita a cogliere tutti questi elementi, cui si aggiunge San Lorenzo di Daila, antico borgo di pescatori che oggi purtroppo sta perdendo la sua natura tradizionale e vive soprattutto di turismo, sacrificando ad esso anche la sua immagine, con le nuove moderne case colorate che stridono con le antiche casette in pietra d’Istria raccolte attorno al campanile. L’immagine intende quindi unire idealmente gli immutabili elementi della natura e le mutevoli opere dell’uomo, che però ancora rivelano antiche tradizioni e più sani principi; non scordare la propria vocazione di contadini e pescatori, non rinunciare del tutto ad una vita più umile ma sana. Ed è così che tra il sole, l’azzurro del mare e la terra rossa continua ad offrirsi a noi la terra che i padri

 

13 Febbraio 2009: Comunità degli Italiani “Dante Alighieri” di Isola d’Istria

 

 

palazzo Manzioli e casa LovisatoIl calendario Istria 2009 e l’interesse della gentile Amina Dudine ci portano alla bella Isola d’Istria, ospiti della Comunità degli Italiani “Dante Alighieri”. Isola è oggi una cittadina che col circondario incluso nel comune conta circa 12.000 abitanti, tra i quali un’esigua minoranza italiana che non raggiunge le mille unità. Eppure c’è chi cerca ancora di mantenere in vita la cultura italiana, un tempo nettamente maggioritaria, tanto che a Isola ci sono due Comunità degli Italiani: la “Pasquale Besenghi” e la “Dante Alighieri”. Oggi veniamo ospitati da quest’ultima, nella bella e moderna sede dello storico Palazzo Manzioli, ben restaurato nel suo stile gotico di chiara impronta veneziana. L’Associazione è sorta nel 1997, raccogliendo cittadini usciti dalle precedenti situazioni associative ed arrivando oggi a oltre 200 iscritti. Siamo ben felici di scoprire persone molto cordiali e ben disposte a conoscerci ma soprattutto attive e motivate nelle varie attività culturali, ricreative e sportive animate dal sodalizio.

presentazioneDi fronte ad una quarantina di convenuti veniamo introdotti dalla presidente Amina Dudine, quindi Manoel presenta come di consueto la nostra Associazione, spiegandone la storia e le finalità. A seguire Gabriele spiega il senso del calendario, che non vuol essere un’operazione commerciale, né un saggio di abilità fotografica; le immagini, senza alcuna pretesa artistica, hanno la funzione di colpire, attraverso la bellezza dei paesaggi, al fine di far conoscere particolari aspetti della storia e delle tradizioni dei luoghi immortalati. Proprio per questo, come nel 2008, si è scelto di abbinare ad ogni foto versi poetici, componimenti o strofe di canzoni dedicati alla cittadina immortalata; parole di poeti, scrittori, in particolare a cavallo tra XIX e XX secolo, oppure di canzoni popolari, di autori rimasti anonimi. Viene proposto quindi un collegamento tra il passato, rappresentato dalle tradizioni e da alcuni fatti storici, ed il presente, rappresentato dalle immagini delle cittadine istriane così come si possono vedere oggi. La presentazione segue lo stesso percorso sopra riassunto relativamente a quella fatta a Trieste: ogni immagine viene proiettata e commentata, con qualche dato storico relativo alla città protagonista; vengono quindi spiegate le frasi riportate sulla fotografia, ne viene illustrato il contesto e data qualche notizia sull’autore. Secondo lo schema già consolidato, Manoel guida la presentazione e recita i versi, Gabriele li commenta e li spiega.

IsolaDoverosamente i due rappresentanti della Pertan si soffermano più a lungo sul mese di febbraio, in quanto dedicato alla cittadina che oggi ci ospita. Generalmente pochi sanno che Gabriele D’Annunzio abbia dedicato la sua attenzione ed alcune frasi alla piccola Isola d’Istria e molti ne rimangono stupiti. I versi del “Vate”, il cui ordine è stato lievemente modificato, recitano: “sia benedetta, anche dopo cento vent’anni, la nostra dolce Isola che si sollevò tutta all’annunzio e uccise il suo podestà pusillanime perché mostrava di acconciarsi al sopruso. I suoi pampini la inghirlandino in perpetuo, i suoi peschi e i suoi mandorli le facciano in ogni principio di primavera una veste più bella della sua veste marina, e la sua grazia veneta per i secoli dei secoli non appassisca giammai”. D’Annunzio narra così la reazione violenta di un gruppo di isolani, nel giugno del 1797, alla notizia che la Repubblica di Venezia aveva cessato di esistere e, per effetto del trattato di Campoformido, l’Istria e la Dalmazia sarebbero passate all’impero d’Austria. In quel periodo le reazioni delle cittadine dell’adriatico orientale erano state per la verità diverse, ma ovunque le popolazioni si mostrarono addolorate per la fine della Serenissima, di cui erano state una parte fondamentale per vari secoli. Passò alla storia in particolare il voto di Perasto, dove la locale comunità dalmata ripose tra le lacrime il gonfalone di San Marco sotto l’altare del duomo ed il capitano Giuseppe Viscovich pronunciò il commovente discorso, culminato nel motto poi ripreso da D’Annunzio “ti con nu, nu con ti”. Mentre in alcune località le idee rivoluzionarie portate da Napoleone suscitavano simpatia, soprattutto a livello popolare, in altre si vedeva invece l’Austria come il male minore, la riaffermazione dell’ordine e della stabilità, rispetto alla Francia rivoluzionaria, emblema di disordine ed anarchia, anticlericale e soprattutto fautrice della fine della Serenissima.

IsolaIn alcune delle cittadine costiere, popolate da genti di lingua e cultura veneta, si svilupparono manifestazioni piuttosto accese, ma il fatto più eclatante avvenne proprio ad Isola. Si diffuse la voce che il podestà Nicolò Pizzamano avesse segretamente congiurato con i nuovi occupatori austriaci, prendendo i primi contatti per agevolare l’imminente passaggio dei poteri. La folla, radunatasi nel cuore della cittadina, lo raggiunse presso la sua abitazione e lo rincorse fino a raggiungerlo, assalirlo ed infine finirlo con due fucilate. D’Annunzio cita tale episodio nel gennaio del 1919, nel pieno delle proteste per la cosiddetta “vittoria mutilata”, che lo porteranno a farsi protagonista dell’impresa di Fiume, nel settembre di quell’anno tormentato. Il discorso del poeta-soldato, ricco di citazioni storiche e geografiche testimonianti la secolare affinità delle nostre genti ai popoli italici, venne pronunciato a Venezia davanti ad una folla di patrioti ed in particolare di giuliani e dalmati; in seguito l’orazione venne pubblicata sulla Gazzetta di Venezia, sul Popolo d’Italia ed in seguito ne nacque un libello di cui siamo venuti in possesso.

L’inserimento di questi versi d’annunziani, commemorativi di tale episodio storico, non intende esaltare e celebrare demagogicamente il fatto di sangue, né mitizzare un evento che tra l’altro vide cadere un uomo probabilmente incolpevole ed impotente di fronte a eventi di portata europea; riteniamo invece che i fatti del 1797, a Isola come in altre cittadine istriane e dalmate, vadano tramandati in quanto sintomo incancellabile dello storico attaccamento di queste genti alla Repubblica di Venezia, che in quei delicati momenti si espresse in modo talvolta cruento.

Il pubblico di isolani presente in sala dimostra di conoscere molto bene l’evento e persino l’esistenza del passo dedicato alla loro cittadina dal poeta abruzzese.

1925Dopo qualche minuto dedicato a tale approfondimento, vengono proiettate alcune immagini d’epoca della bella Isola. Suscita interesse, in particolare, quella che ritrae una scena di vita sociale degli anni 1925: una folla di cittadini partecipa all’inaugurazione di una targa dedicata all’illustre cittadino Domenico Lovisato, affissa alla sua casa natale addossata al palazzo Manzioli, dove ha sede la CI Dante Alighieri e dove si sta svolgendo la nostra presentazione. Domenico Lovisato nacque nel 1842 a Isola d’Istria, segnalandosi nella sua lunga ed avventurosa vita, sia per il suo patriottismo, che per l’attività di professore e per i suoi studi di geologia. Domenico fu tra i volontari giuliani, fiumani e dalmati che presero parte alla III Guerra d’Indipendenza, disertando la divisa austriaca e combattendo da volontari nell’esercito italiano; in particolare egli partecipò agli eventi bellici in una formazione garibaldina ed in seguito divenne addirittura amico personale dell’eroe dei due mondi. Dopo il fallimentare esito della guerra del 1866, Domenico si laureò all’università di Padova, come molti istriani, intraprendendo poi la carriera di professore. Negli anni successivi apparve evidente che la sua presenza nell’impero austro-ungarico non era più tollerata dalle autorità, per quanto egli si era compromesso per il suo patriottismo. Nel 1883 Lovisato cercò di tornare ad Isola, dove però ricevette un’ingiunzione da parte delle autorità locali, che lo invitavano ad abbandonare il territorio austriaco in quanto persona non gradita. Il professore si dedicò pertanto all’insegnamento in varie città d’Italia, realizzando una brillante carriera tra Valtellina, Calabria, Sicilia e soprattutto Sardegna, terra che amò particolarmente e nella quale lasciò il segno, tanto che ancora oggi a Cagliari si trova un  Museo di geologia e paleontologia a lui intitolato.

targa LovisatoIn seguito egli divenne un geologo di fama mondiale, approfondendo i suoi studi soprattutto in sud-america, dove si recò al seguito di una spedizione scientifica, nella quale furono scoperte e studiate nuove terre. Anche in questo lungo viaggio l’isolano si distinse dal punto di vista professionale, lasciando ai posteri numerosi studi sulle geologia, sulla flora e la fauna della Terra del Fuoco, nonché sulle popolazioni locali, tanto da ricevere una proposta di collaborazione scientifica dal governatore dell’Argentina. All’entrata dell’Italia nella Grande Guerra, l’anno prima della sua morte, Domenico Lovisato ribadì con forza la sua fede, chiedendo al ministero della guerra di essere arruolato come volontario, nonostante l’età avanzata. Morì nel febbraio del 1916 a Cagliari, senza poter assistere alla liberazione della sua Isola d’Istria,. La targa che la cittadina gli dedicò nel 1925 fu ovviamente rimossa e fatta sparire negli anni ’50, sotto l’occupazione jugoslava, in quanto ne esaltava la fede patriottica e la sua vicinanza a Giuseppe Garibaldi. Nel 2007 la targa è stata ricollocata, grazie alla locale comunità degli Italiani. Oggi tutto è cambiato a Isola, ma oltre agli angoli ancora suggestivi della bella cittadella veneta, è bello fermarsi a leggere la targa dedicata a Domenico Lovisato ed alle sue imprese, il cui ricordo testimonia l’attaccamento di molti istriani alla madre patria.

tramonto Isola          Voce del Popolo

 

 

1 e 2 giugno 2009: Giornate istriane in ricordo di Cristian

 

Matterada  Locandina

Torniamo a proporre la più consolidata delle nostre iniziative: il Fondo librario italiano Pertan, che quest’anno, come altre volte in passato, abbiamo deciso di far coincidere con il giorno del compleanno di Cristian. In collaborazione con Luca dell’Ades, abbiamo organizzato un ricco calendario di appuntamenti su due giorni, tra l’Istria e Trieste. Hanno dato adesione all’iniziativa vari ragazzi provenienti da più parti d’Italia e pertanto il nostro intento è quello di mostrar loro alcuni esempi delle bellezze naturali e delle testimonianze storiche della regione istriana.

MatteradaL’appuntamento è fissato il 1 giugno presso il cimitero della chiesa di Matterada, tra Buie e Umago, che ospita la tomba di “Boccia”. Siamo in tutto una trentina e va detto che oltre che da Trieste molti sono arrivati da Cervignano, Monza, Imperia e Latina. Sono presenti anche un paio di signore da Pirano, che abbiamo da poco conosciuto e che iniziano a seguire con simpatia ed interesse le nostre attività. Il nostro  piccolo viaggio non può che iniziare con il rendere omaggio al nostro amico nel giorno del suo compleanno. Chi ha conosciuto Cristian e chi sa com’era fatto non può che trovare un attimo di conforto, pur nell’infinita tristezza del distacco, nel potergli rendere omaggio in questo piccolo cimitero di campagna, nel silenzio interrotto di tanto in tanto dal canto di un gallo e dal fruscio delle foglie accarezzate dal vento. Ed è proprio nel silenzio che i suoi amici rendono omaggio al “Boccia”, ognuno con i propri pensieri e i propri ricordi. Dopo aver deposto un fiore usciamo dal cimitero e gradualmente tornano i sorrisi e l’allegria, in sintonia con il modo di essere di Cristian.

Successivamente, ci rechiamo a pranzo in un agriturismo della zona splendidamente collocato nella natura, ad apprezzare il tartufo, la selvaggina, il buon vino che la nostra terra sa offrire.  Ancora una volta constatiamo che qualsiasi gita o giornata in compagnia non è completa senza il suggello di una tavolata di amici ed un brindisi a calici levati.  

Dopo pranzo ci spostiamo a Parenzo, per una visita guidata della città ed in particolare alla via Decumana, alla Basilica Eufrasiana, al lapidario creato negli anni ’20 dal marchese Polesini con i resti del tempio maggiore scoperti nelle sue proprietà. Si evidenziano purtroppo le drastiche trasformazioni subite dalla bella e gloriosa cittadina a partire dal dopoguerra, visti gli innumerevoli negozi orafi dallo stile balcanico, i gelatai che credono di attirare clienti urlando e lanciando in aria le palline di gelato, i ristoratori che fermano insistentemente i turisti invitandoli a mangiare dell’ottimo pesce fresco in ristoranti che recano nomi di città bosniache. La sensazione di trovarsi in un grande e chiassoso bazar orientale stride dolorosamente con il carattere romano di Parenzo, visibile nella tipica struttura urbanistica e dagli importanti resti archeologici, stride con l’aspetto veneto evidente in molti palazzi nobiliari e nelle strette calli, stride con la preziosa arte bizantina della Basilica. La visita si conclude percorrendo le rive meridionali, quelle più antiche, l’ex riva Dante e l’ex riva 3 novembre, oggi implacabilmente riunite sotto il nome di riva Tito.

CI Santa DomenicaSalutata la bella Parenzo la comitiva si sposta a Santa Domenica di Visinada, dove presso la Comunità degli Italiani è in programma la presentazione del X° Fondo Librario Pertan. Oltre ai rappresentanti dell’Associazione Pertan e dell’ADEs, prendono la parola il presidente della CI, il sindaco di Santa Domenica-Castellier ed il vice-presidente dell’Unione Italiana. In tale occasione noi della Pertan e dell’Ades abbiamo donato ben 325 libri, di cui diversi dedicati a storia e tradizioni istriane. Anche stavolta buona parte dei volumi donati provengono dalla raccolta svolta dai ragazzi di Monza in occasione del 10 febbraio; durante la presentazione i rappresentanti della Pertan ringraziano pubblicamente, i ragazzi di Monza, venuti numerosi per l’occasione, fin qui nel cuore dell’Istria. Oltre a quella del Fondo Pertan, un’altra donazione viene presentata da due signore residenti a Trieste; il marito di una di esse, originario della vicina Castellier, ha contribuito anche a creare un piccolo museo etnografico nel medesimo paese. Anche col nostro contributo dunque, la CI di Santa Domenica si dota di una vera e propria biblioteca. Dopo lo scambio di doni ed il provvidenziale rinfresco, si è convenuto di rivedersi presto, per proseguire la collaborazione ed organizzare altre iniziative culturali.

Norma e GiuseppeLasciata la comunità italiana, non poteva mancare una visita al cimitero di Santa Domenica, situato alle porte del paese, che accoglie la tomba di Norma Cossetto e del padre Giuseppe, infoibati nel settembre del 1943 dai partigiani di Tito. Anche qui il momento è particolarmente significativo; molti di coloro che arrivano da lontane città d’Italia hanno letto e sentito la storia di Norma e di tanti altri scomparsi in quel periodo, ma non si erano mai trovati così vicini alle testimonianze di tali tragedie. Dopo un momento di raccoglimento, il gruppo si sposta verso la foiba di Villa Surani, situata tra i paesi di Antignana e Montreo, nascosta tra campi e terreni da pascolo e particolarmente difficile da trovare.

 

 

 

 

 

 

Villa SuraniArrivando al cospetto dell’inghiottitoio, il momento è particolarmente emozionante e di grande significato, dopo aver fatto visita al paese di Norma ed alla sua tomba, dopo aver donato libri italiani alla comunità del suo paese, si è reso omaggio anche al luogo dove la povera giovane ha trovato la morte, assieme ad altre 26 persone. Chi ha dedicato una preghiera, chi un semplice pensiero, chi ha deposto un fiore appena colto, tutti si sono dimostrati commossi ed hanno osservato qualche minuto di rispettoso silenzio. Molti non avevano mai visto una foiba, così come l’ha natura l’ha creata nel corso dei secoli e tutti percepiscono come sia altamente significativo il fatto che trovarla è costato una certa fatica, attraverso campi, erba alta, muretti a secco e sentieri sassosi. In particolare risulta alquanto significativo il paragone tra le foibe situate in Italia, come quella di Basovizza o di Opicina, celebrate e ben segnalate, divenute meta di pellegrinaggi, commemorazioni e visite istituzionali e gli abissi rimasti oltre confine, privi di qualsiasi indicazione e spesso quasi introvabili.

La serata si è quindi conclusa con una festosa cena conviviale in un agriturismo, caratterizzata da allegria, canti e brindisi fino a tarda ora, ma sempre nel ricordo di Norma e dell’amico Cristian.

PadricianoDopo il pernottamento nell’umaghese, il giorno successivo il programma prosegue in provincia di Trieste, con la visita al Centro raccolta profughi di Padriciano, ricostruzione, curata dall’Unione degli Istriani e dall’IRCI, del campo profughi che ospitò per molti anni circa 4000 esuli. Sotto la guida del bravo Romano Manzutto, responsabile del gruppo giovani dell’Unione, gli ospiti hanno avuto modo di vedere gli spazi che ospitavano le baracche, nonché l’interno di una di esse, con la fedele ricostruzione degli angusti e precari spazi abitativi a disposizione delle famiglie. Il museo permanente di Padriciano ospita anche una piccola parte delle masserizie degli esuli custodite nel porto vecchio di Trieste, nonché un completo ed accurato percorso storico per far conoscere ai visitatori le tragedie delle foibe e dell’esodo, oltre a foto, documenti ed oggetti appartenuti a tanta gente che scelse la via dell’esilio. Nella sala delle proiezioni è stato quindi trasmesso il filmato d’epoca dell’Istituto Luce “Pola addio”, decisamente toccante e molto efficace nel far meglio comprendere l’esodo giuliano dalmata a chi solo da poco ha appreso la nostra storia.

Dopo Padriciano ci dirigiamo alla vicina foiba di Basovizza, per la visita finale al luogo che è divenuto simbolo della tragedia delle foibe, da qualche anno monumento nazionale.

Alla fine tutti si salutano e si danno appuntamento alla prossima occasione, con l’animo decisamente rinfrancato da due magnifici giorni tra l’Istria e Trieste, in ricordo di Cristian ed alla riscoperta dell’Istria.

 

 

 

 

 

 
 

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