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mercoledì 26 luglio 2017
 
 

2010

 
 

 

2-3 ottobre 2010: presentazione XII Fondo Pertan a Pisino

Pisino  Castello

Per una volta cominciamo dalla fine e cioè dal dire che quello di Pisino è stato, nell’esperienza dei Fondi Pertan, uno tra i più entusiasmanti, per l’ottima accoglienza riservataci e per il clima festoso e coinvolgente venutosi a creare in serata. Ci siamo avvicinati alla cittadina al centro dell’Istria ben sapendo che si tratta di una località dalla storia importantissima quanto travagliata, in passato spesso impegnata a difendere la sua fiera identità.
ex Piazza GaribaldiArrivati da Trieste in una quindicina, abbiamo subito visitato la sede della Comunità degli Italiani pisinota, nuovissima e spaziosa, collocata in un palazzo moderno, visibilmente ristrutturato da poco. Dopo un breve saluto da parte della presidente Graziella Paulovic, abbiamo iniziato la visita guidata al centro della cittadina, condotti dalla stessa presidente, dalla vicepresidente e dal professorLabinjan, del locale ginnasio croato. La prima breve sosta è avvenuta presso il parco situato sull’ex piazza Garibaldi, prima ancora piazza della Legna, che ospitava, tra l’altro, il teatro ed il ginnasio Gian Rinaldo Carli, di cui si parlerà approfonditamente in giornata; oggi, purtroppo, non c’è nulla che rico
rdi la presenza di questo due edifici simbolo degli Italiani Pisino, mentre il parco è dedicato ai caduti della resistenza jugoslava ed ospita i busti di alcuni patrioti croati del XIX e XX secolo; questi ultimi, peraltro, venivano quasi tutti da altre località, ma ad essi sono dedicate molte vie del centro storico. Ovviamente è invece scomparsa la toponomastica che celebrava vittorie e patrioti italiani, come ad esempio il viale VIII novembre, che un tempo ricordava la data dell’ingresso a Pisino dei Bersaglieri nel 1918, oppure le vie intitolate a Fabio Filzi ed Ettore Uicich, pisinoti caduti nella Prima Guerra Mondiale con la divisa italiana. Ciononostante, girando per il borgo si nota ancora un’impronta urbanistica ed architettonica di stampo italico, con facciate portoni e balconi barocchi sparsi qua e là.

DuomoUn’importante tappa è stata quindi la visita al Duomo cittadino, dedicato a San Nicola, patrono di Pisino. La parte più antica del tempio risale al 1266 ed assumeva fattezze romaniche, in parte ancora visibili, come il rosone posto sulla facciata e l’abside all’interno; in seguito la chiesa fu restaurata, nel XV, XVII e XVIII secolo, aggiungendo elementi barocchi. Ci siamo soffermati con particolare interesse sull’interno, che con i suoi 7 altari e la varietà di pale ed affreschi, dimostra l’importanza tutt’altro che trascurabile avuta un tempo da Pisino, chiamata anche Mitterburg, in tedesco, per la sua posizione al centro dell’Istria; soprattutto, però, si rilevano nell’abside molti stemmi nobiliari delle famiglie italiane o tedesche che nei secoli ebbero in feudo questo territorio, a ricordarci che ci troviamo in un paese dalla storia ricca e travagliata. Il giro riprende attraverso l’arco che passa sotto all’imponente campanile del XVIII secolo, il quale reca murato uno splendido stemma della città di Pisino. Attraverso quello che i pisinoti hanno sempre chiamato “il corso”, contornato da basse case ora semplici ora decisamente eleganti e nobiliari, giungiamo alla piazzetta che un tempo prendeva il nome di piazza del Ponte e poi Regina Elena e quindi, salendo una suggestiva scalinata, al rione del Burai che si arrampica sul colle fino a sopra la foiba. Sulla facciata di una bella casa d’epoca, troviamo un’altra testimonianza del passato di questa località, in una targa che in italiano e croato indica la casa natale del celebre musicista Luigi Dallapiccola, che nacque e crebbe a Pisino in quanto suo padre Pio era stato chiamato a dirigere il famoso ginnasio italiano. Scendendo il colle dal versante opposto, arriviamo direttamente alle spalle del castello dei Montecuccoli, che prende il nome da una famiglia di origine modenese, l’ultima che lo ebbe in possesso, tra il Settecento e l’Ottocento. L’antico maniero, che fu una delle prime costruzioni del paese, realizzato nella sua prima versione attorno all’anno 1000, si presenta decisamente massiccio e ben conservato, con un grande stemma affisso sulla muraglia posteriore, che ne accentua l’aspetto guerresco e medievale. Aggirando il rotondo bastione angolare, ci si trova davanti aulla facciata, contrassegnata da altri stemmi nobiliari, ma soprattutto ci si trova di colpo sull’orlo della foiba e di fronte alla sua stupefacente parete rocciosa. Questo enorme abisso, che dalla parte alta di Pisino precipita per oltre 100 metri, in diverse epoche fu celebrato da vari illustri personaggi, tra cui Jules Verne, che vi ambientò il suo romanzo Mathias Sandorf, nonché da Gabriele D’Annunzio, che dopo aver visitato Pisino nel 1902 la definì: “selvaggio scoscendimento, così folto di radici vigorose ed inespugnabili[1], quale simbolo della tenace lotta dei pisinoti per la loro identità.

Cisterna   Castello Montecuccoli  Castello Montecuccoli

Attraverso un buio e basso porticato in pietra, che rende bene l’antica storia del luogo, si accede all’ampia corte interna del castello, che da qui si mostra in tutta la sua severa bellezza ed evoca atmosfere medievali, nonostante una ristrutturazione evidentemente recente ma adeguata ed una statua moderna che invece pare poco consona all’ambiente. Tra Ottocento e Novecento, però, i maggiorenti di Pisino o gli studenti del ginnasio usavano ritrovarsi nell’antica rocca e talvolta farsi fotografare sul bel ballatoio ornato dalla cisterna, orgogliosi di quelle antiche pietre, insieme simbolo della loro cittadina e metafora della loro antica e gloriosa storia. Anche noi, nel nostro piccolo, teniamo a scattare una foto ricordo nella stessa ambientazione, da istriani che tengono a tener vive le proprie radici. Entrando negli ambienti interni e girando nelle numerose stanze, non possiamo che rivolgere un pensiero ai moltissimi prigionieri italiani, quasi tutti civili, che nell’autunno del 1943 furono qui rinchiusi dai partigiani jugoslavi, che avevano preso il sopravvento dopo il tracollo delle forze armate italiane dopo l’8 settembre. A centinaia furono portati qui, dopo l’arresto avvenuto nelle loro case in varie località istriane, quindi rinchiusi nelle stanze in cui noi ora ci troviamo, allora certamente più fredde e fatiscenti, in attesa del processo farsa cui vennero sottoposti da parte del cosiddetto tribunale del popolo. La maggior parte di essi finì poi nelle foibe della zona, mentre solo i più fortunati, tra gli ultimi arrestati, furono liberati dai tedeschi il 4 ottobre.

MuseoIl museo etnografico che trova posto nel castello ospita mostre permanenti di vario tema, ma quasi tutte incentrate sulla vita rurale e popolare di un tempo; si possono visitare ricostruzioni di ambienti domestici, di officine artigiane, costumi folcloristici del XIX e XX secolo. Nella parte inferiore si torna in un’atmosfera medievale, con lo spazio dedicato ad armi e strumenti di tortura di molti secoli fa, il tutto accompagnato qua e là da antiche stampe o cartine di Pisino. Ma la parte per noi più significativa della visita inizia con l’esposizione intitolata “Valige e destini, l’Istria fuori dall’Istria”, una mostra temporanea inaugurata nell’aprile del 2009 e per nostra fortuna protrattasi ben oltre il periodo inizialmente previsto. Ci si è avvicinati a questa mostra con il timore che il tutto fosse incentrato solo sul generale fenomeno migratorio, dovuto a fattori di natura economica, eludendo completamente il tema dell’esodo italiano da queste terre, che notoriamente non è stato ancora riconosciuto, o perlomeno viene sminuito dalle autorità d’oltre confine. Al contrario, è stato grande lo stupore nel constatare che una consistente parte del lavoro è dedicato proprio all’esodo degli italiani da Pisino e da tutta l’Istria. Accanto a interviste, oggetti e racconti di persone, anche di lingua croata, emigrate in paesi lontani in cerca di lavoro e di fortuna, si trovano testimonianze di coloro che sono fuggiti per mantenere la propria identità e per sfuggire ai soprusi dell’immediato dopoguerra.

Mostra esodo   Mostra esodo   Mostra esodo

Alcuni pannelli riportano le ricorrenti immagini del doloroso esodo, mentre su uno schermo scorrono addirittura le immagini e le parole del celebre cinegiornale dell’Istituto Luce del 1947, intitolato “Pola addio”. Appare evidente che gli allestitori hanno voluto dar voce, almeno in questo spazio, ad entrambe le fazioni, politiche e nazionali, che qui si sono fronteggiate tra XIX e XX secolo, ciascuna con le loro storie, le loro battaglie e le loro sofferenze. ManifestiSui vari pannelli appaiono infatti riproduzioni di importanti documenti conservati nell’archivio di stato di Pisino, come certificati personali di modifica del cognome durante il periodo italiano, ma anche documenti che rendono evidente lo stesso trattamento dopo l’occupazione da parte jugoslava; si trovano inoltre, accostati gli uni agli altri, manifesti dell’epoca che inneggiano all’italianità dell’Istria o a Tito ed al comunismo, elenchi di optanti per la cittadinanza italiana e singole domande di opzione, oltre che decreti di nazionalizzazione di beni personali da parte delle autorità jugoslave. Si riscontrano anche interessanti spaccati di vita di molti istriani lontano dalla loro terra, dai primi difficili anni ai tempi più recenti, quando è evidente che la maggior parte di essi si è rifatta una vita; si trovano inoltre molte testimonianze di un’intensa vita associativa, che dimostra come molti abbiano tenuto nel cuore le loro radici anche in stati molto remoti come Argentina, Canada e Stati Uniti.

Appare evidente che molti esuli italiani o migranti croati hanno contribuito all’allestimento, con foto, documenti e racconti, nonché storie di lunghi viaggi o spesso di rocambolesche e pericolose fughe clandestine. Stupisce ancora di più, considerando il clima ancora poco sereno nella visione della storia di queste terre, trovare oggetti, libri, periodici e cd musicali di varie associazioni di esuli, come la Famiglia Pisinota e la Famiglia Dignanese, oltre ad uno spazio dedicato all’Unione degli Istriani ed alla sua storia, nonché all’IRCI di Trieste. Insomma un’esposizione ricca e documentata, che merita una visita molto paziente ed accurata.

la FoibaTerminata la lunga ma interessantissima visita al castello dei Montecuccoli, con l’animo rinfrancato dall’aver trovato, almeno in parte, un riconoscimento della nostra storia, ci avviamo verso la trattoria in cui è programmato il pranzo, posta in posizione splendida, quasi sull’orlo della foiba e del letto dell’omonimo torrente. Per raggiungerla passiamo accanto alle rovine della casa de Rapicio, antica famiglia triestina che risiedette anche qui, per poi attraversare il ponte che scavalca il torrente Foiba e la sua valle, dal quale si gode di un’altra incantevole visione della foiba. Dopo l’ottimo pranzo ristoratore, anche perché composto da alcuni piatti tipicamente istriani come l’intramontabile “minestra de bobici”, ci avviamo verso la Comunità degli Italiani, dove è in programma la cerimonia di presentazione del XII Fondo Pertan, seguita da alcune iniziative di contorno organizzate da noi e dalla Comunità stessa. Siamo estremamente lieti di trovare la sede già molto affollata, da gente del posto, dai numerosi coristi di Pisino e Capodistria, ma anche da altre persone giunte dall’Italia, come la delegazione della sezione di Rimini dell’ADES e i genitori di Cristian, cui non finiremo mai di essere grati per la loro costante presenza alle nostre iniziative.

Alle 17 il programma ha inizio con il benvenuto della Presidente Graziella Paulovic e con la prima esibizione del coro di Rozenice di Pisino, che allieta tutti gli istriani presenti con una riuscitissima esecuzione del “Va’ pensiero”. Va' pensieroMolti non sanno che questa splendida opera di Verdi, oggi usata polemicamente da una fazione politica in contrapposizione all’inno di Mameli, era per gli Italiani d’Istria un simbolo di attaccamento alla propria Patria, sia nel periodo irredentista, che durante e dopo l’esodo del secondo dopoguerra. Come accaduto in altre occasioni, le note raggiungono momenti davvero toccanti, in particolare nei versi che appaiono più consoni a rappresentare la dolorosa storia della nostra gente: “O mia Patria, sì bella e perduta…”; proprio a sottolineare la solennità del momento e l’importanza simbolica del “Va’ pensiero”, alcuni seguono tutta l’esecuzione in piedi.

Dopo un paio di altri brani, hanno inizio i discorsi, a partire dalla presentazione della giornata e della nostra associazione da parte della Presidente della CI Paulovic, per proseguire con i saluti del sindaco di Pisino Renato Krulcic, che sottolinea l’importanza simbolica della nostra donazione, per l’alto valore culturale del libro e della lettura.

PresentazioneSuccessivamente prendono la parola Luca Covella dell’ADES e Gabriele Bosazzi dell’Associazione Pertan, che illustrano ai pisinoti il progetto del Fondo Librario e la sua storia, ma soprattutto tracciano un breve ricordo della figura di Cristian. In data odierna, come attestato dalla pergamena che consegniamo alla presidente, doniamo agli Italiani di Pisino ben 371 libri, che vanno dalla storia locale a quella mondiale, dalla narrativa alla poesia, dai testi scientifici a quelli per bambini. Uno spazio non può che essere concesso all’amico Lino Vivoda, che ormai costantemente ci accompagna nelle escursioni istriane, giungendo appositamente dalla lontana Liguria. Il buon Lino, esule da Pola, racconta genuinamente, suscitando simpatia, i periodi trascorsi dalla nonna nella vicina Gallignana, nonché le camminate fatte per raggiungere Pisino, che all’epoca era la cittadina più importante del circondario. Come sempre, non si tratta di una cerimonia formale ed anzi non mancano qualche battuta e molti sorrisi.

Dopo la presentazione del fondo, inizia l’esibizione del coro “La Porporela” di Capodistria, che diverte e fa cantare l’intera sala con un repertorio di canzoni istriane e triestine, che fanno sentire ancor di più il senso profondamente identitario di ritrovi come questi.

PubblicoSuccessivamente, ha luogo una piccola conferenza, condotta da Gabriele Bosazzi, che espone uno spaccato di vita pisinota tra XIX e XX secolo e la storia del glorioso Ginnasio Carli di Pisino, da Nensi Rabar, che ricorda alcuni dei suoi studenti poi divenuti illustri, nonché da Lucija Kalac che espone una descrizione della vita e delle opere di Pier Antonio Quarantotti Gambini, nato proprio a Pisino, da padre rovignese e madre capodistriana. Davanti ad un pubblico attento ed interessato, si è iniziato col ricordare che, così come questa cittadina è stata il fulcro della battaglia nazionale italo-croata tra XIX e XX secolo, a sua volta il Ginnasio Gian Rinaldo Carli è stato non una semplice scuola, ma un vero e proprio simbolo per gli Italiani di Pisino e di tutta l’Istria. La storia dell’istituto, sorto nel 1899, ebbe in realtà radici più lontane, visto che già nel 1873 la Dieta provinciale istriana di Parenzo aveva approvato la fondazione di una scuola medio-superiore italiana a Pisino. In realtà, già dal 1836 esisteva in questa cittadina un ginnasio liceo di lingua tedesca, mentre nell’intera provincia esisteva un altro ginnasio tedesco a Pola ed uno solo italiano a Capodistria. Verso la fine del secolo, le lotte nazionali in Istria erano sempre più accese, tra gli Italiani Il Corsoche difendevano le secolari posizioni di predominio politico ed economico e gli Slavi (Sloveni e Croati), che stavano sviluppando una loro coscienza nazionale ed ottenevano in quegli anni i primi successi politici. La situazione era particolarmente incandescente proprio qui a Pisino, dove gli Italiani erano in maggioranza nel centro storico, ma circondati dalla schiacciante preponderanza croata del circondario. Nel 1886, proprio in virtù della forte superiorità numerica nelle frazioni attorno al paese, che erano state aggregate pochi anni prima al municipio pisinota, i Croati avevano conquistato la maggioranza in consiglio comunale ed avevano pertanto nominato un loro podestà. Tale situazione era l’emblema, in tutta la futura Venezia Giulia, della lotta italiana contro l’avanzata slava e contro le restrizioni da parte delle autorità austriache; lo scontro nazionale in atto appariva sempre più agli Italiani come una difesa della propria lingua ed identità.

Se nelle principali cittadine istriane lo scontro politico-nazionale era alquanto acceso, a Pisino esso era vissuto con intensità ancora maggiore, trovando espressione non solo nella vita politica, ma anche in numerose attività, quali le lettere, la scuola, lo sport, la musica, il teatro, l’escursionismo. In questo paese di modesta entità demografica, si sviluppò un fortissimo attivismo, che vedeva protagoniste alcune agguerrite famiglie di Pisino, come i Mrach, i Costantini, i Camus, i Baxa, i Depiera, i Dobrilla per citare solo i nomi più ricorrenti; alla vigilia della I Guerra Mondiale, nel comune censuario di Pisino si contava un numero impressionante di associazioni, in rapporto alle altre località istriane molto più grandi, compresa Pola. Mostra 1907Pur trattandosi in buona parte di aggregazioni ricreative, come ad esempio la Società Alpina dell’Istria e la Società Escursionisti Monte Maggiore, esse svolgevano quasi sempre attività manifestamente patriottica. Pare significativo anche il fatto che proprio a Pisino furono fondati i principali sodalizi politici della regione, quali nel 1884 la Società Politica Istriana e nel 1911 l’Unione Democratica Istriana. Anche l’associazione scolastica Pro Patria e poi la sua erede Lega Nazionale ebbero in questa cittadina una sezione tra le più attive, con oltre 400 iscritti. A conferma di tale scenario, il quotidiano “Il Piccolo” del 9 giugno 1907 scriveva: “...la istriana Pisino, che da molti anni sta sulla croce, italiana nell’anima, è costretta a subire i bivacchi di ogni elemento avverso all’italianità della provincia...costretta a rinchiudersi in sé, a reprimere la sua voce, mentre gente vien dal di fuori e schiamazza e canta per le sue vie come in terra da conquistare...[2].

In questa delicata situazione, fatta di accese battaglie elettorali e talora di scontri di piazza, proprio l’istruzione era tra i settori più coinvolti in tutta la regione, come anche in Dalmazia, a causa delle molte controversie sulla lingua di insegnamento nelle zone abitate sia da Italiani che da Slavi; si registrava in particolare l’intensa attività delle società scolastiche private, come l’italiana Lega Nazionale e la slava Cirillo e Metodio, che ingaggiarono una frenetica competizione a suon di fondazioni di scuole ed asili. Anche la creazione di un ginnasio croato proprio a Pisino, annunciata nel 1898, fu quindi percepita dai patrioti italiani come un affronto da parte del governo austro-ungarico. Fu così che in breve tempo venne ripreso il vecchio progetto del ginnasio italiano, la Giunta provinciale stanziò i finanziamenti necessari e deliberò la nascita del tanto agognato istituto, anche grazie al sostegno del Consiglio di Amministrazione del comune censuario (rimasto a guida italiana), della Società Politica Istriana e di altri 12 Comuni della regione. Il 18 settembre 1899 fu solennemente inaugurato il ginnasio intitolato al capodistriano Gian Rinaldo Carli, considerato dagli istriani il precursore del sentimento patriottico italiano; Ginnasioil 18 settembre del 1902 fu poi aperta la nuova sede nel grande e bel palazzo appositamente edificato, destinato ad entrare nella storia degli istriani. Venne realizzato anche un inno che, a conferma dell’alto significato di questa scuola, recitava: “Come tore, tore ferma / che no trema e che no crola / che una santa lingua aferma / ga Pisin la bela scola[3].Negli anni successivi entrambe le scuole si svilupparono e si tennero sempre in competizione, attirando studenti ed insegnanti da tutta la regione ma anche da più remote zone dell’impero abitate da Italiani e Croati. Tra gli studenti italiani si possono ricordare il poeta gradese Biagio Marin, l’eroe della Grande Guerra Fabio Filzi, morto sul patibolo accanto a Cesare Battisti, il musicista Luigi Dallapiccola e Giuseppe Cobol, in seguito divenuto ministro del Regno d’Italia col nome di Coboldi Gigli. Tra i professori si segnalano Pio Dallapiccola, lo storico rovignese Giovanni Quarantotto e negli ultimi difficili anni lo storico Elio Apih e la pisinota Nerina Feresini, alla quale dobbiamo numerosi testi storici che ci hanno tramandato e reso accessibili passi importanti della storia contemporanea di questa cittadina.

LabaroA conclusione della conferenza, si è ricordato che, dopo la Redenzione e circa 25 anni di vita sotto l’Italia, il glorioso ginnasio Carli ha purtroppo seguito anche la tragica fine di Pisino italiana, la cui sorte è stata segnata dal tragico 8 settembre del ’43. Nel contesto ben noto a tutti di disfacimento delle forze armate italiane, con la dissoluzione delle autorità locali ed il clamoroso vuoto di potere creatosi, a Pisino presero il sopravvento i partigiani jugoslavi ed i pochi italiani che li supportavano. Essi instaurarono proprio a Pisino il quartier generale militare del Comitato Popolare di Liberazione dell’Istria, con il tribunale del popolo che condannò a morte, senza accuse precise e soprattutto senza averne titolo, molti italiani qui deportati da tutta l’Istria.

Il 2 ottobre di quel tragico 1943, i Tedeschi, che con la cruenta “operazione nubifragio” stavano agevolmente conquistando l’Istria, bombardarono pesantemente la cittadina; oltre a mettere in fuga i partigiani, essi finirono però col distruggere, oltre al teatro e molte case, proprio il Ginnasio Carli, faro dell’italianità di Pisino.

Dopo la fine della guerra, nonostante l’occupazione jugoslava, pochi insegnanti mantennero faticosamente in vita l’istituto, pur senza la vecchia sede, ridotta ad un rudere, finché nel 1946 il ginnasio fu sciolto dalle nuove autorità jugoslave e, dopo il trattato di pace di Parigi dell’anno successivo, la gran maggioranza dei pisinoti abbandonò per sempre la propria terra. Si dice che, dopo la definitiva demolizione, gli Jugoslavi macinarono anche le pietre che componevano il ginnasio, per cancellarne per sempre le tracce.

ConferenzaDopo l’esposizione storica dell’esponente della Pertan, per la CI ha preso la parola Lucija Kalac, che ha tracciato un excursus sulla vita e le principali opere del celebre poeta Pier Antonio Quarantotti Gambini, nato qui a Pisino nel 1910 quando il padre insegnava al ginnasio, quindi cresciuto tra Capodistria e Trieste ed infine morto in esilio a Venezia. Per ultima, ha preso la parola Nensi Rabar, vicepresidente della Comunità degli Italiani, che ha esposto la vita di alcuni ex studenti del ginnasio, come Carlo D’Ambrosi, nativo di Buie ma cittanovese d’adozione, poi affermatosi come geologo e poeta; Biagio Marin, celeberrimo poeta dialettale di Grado, che si è sempre dimostrato profondamente legato all’Istria; infine Luigi Dallapiccola, figlio del preside della stessa scuola, poi affermatosi in Italia e non solo, quale musicista.

Al termine della tavola rotonda, è stata proprio la musica a riprendere il sopravvento, grazie al Coro Rozenice, diretto dalla giovane vicesindaco di Pisino Ines Kovacic Drndic. Le canzoni tradizionali della nostra terra, interpretate in maniera virtuosa ma soprattutto divertente, hanno coinvolto tutti i presenti, che non hanno potuto fare a meno di cantare e lasciarsi trascinare in un clima sempre più festoso ed entusiasmante; non pare esagerato affermare che i pisinoti e gli istriani giunti dall’Italia sono stati uniti dalla comune tradizione, dalla stessa cultura, espresse in questo caso dai canti popolari. Dopo alcuni inevitabili ed acclamatissimi bis, l’esibizione corale si è conclusa, ma durante e dopo il gradito buffet, l’euforia generale non poteva che continuare a coinvolgere chi è rimasto, in un prolungato susseguirsi di altri canti e, come sempre, con innumerevoli e fraterne levate di calici.

A conferma della riuscita dell’evento, i principali giornali istriani hanno dato un buon risalto alla nostra iniziativa:

-          articolo Voce del Popolo

-          articolo Glas Istre

        -          articolo Voce Giuliana

   

Dopo il proseguimento di serata in alcuni locali della cittadina ed il pernottamento, il giorno successivo una parte dei partecipanti ha proseguito il programma previsto con la visita al paese di Gallignana, a circa 10 chilometri da Pisino. A far da guida ci ha pensato in questo caso Lino Vivoda che, come detto, aveva una nonna in questo paese e vi ha vissuto per diversi periodi, anche durante la guerra.
GallignanaOggi Gallignana, con il nome croato di Gracisce, è un piccolo borgo semi disabitato e decadente, ma lo sguardo più attento non può che cogliere la sua antica importanza storica, goduta in particolare nel medio evo; per secoli, essa fu il centro principale della zona, più importante anche di Pisino, in quanto residenza estiva dei Vescovi della vicina Pèdena, che vi cercavano refrigerio e scampo dalla malaria, grazie alla sua posizione elevata. Le mura ed i bastioni di cui era cinta, assieme alla tenacia degli abitanti, la protessero più volte dagli assalti di vari nemici. I gallignanesi sottostarono solo per 1 anno alla Repubblica di Venezia, ma dimostrarono di non amare troppo il dominio patriarcale e quello austriaco, visto che si ribellarono più volte con violenza ai vari esosi signorotti che il regime feudale pose a capo di questa zona, quali padroni dei beni e delle genti. La storia di Gallignana era tuttavia iniziata in epoca molto più antica, come castelliere preistorico, poi come centro abitato dagli Istri, quindi dai celti Secussi e soprattutto quale castrum romano, con il nome di Callignanum. Chi oggi entra nell’antico borgo, attraverso l’unica porta di accesso, affacciata alla strada che unisce Pisino e Fianona, resta sbalordito dall’atmosfera che vi si respira. Si ha la sensazione di trovarsi in un museo della società medievale a cielo aperto, attraverso polverose stradine sterrate o lastricate, tra mura, case in pietra con ballatoi e talora figure religiose dipinte sui muri, i resti della berlina e del fondaco, la curiosa pietra di misura per il pagamento delle decime e ben 5 chiese plurisecolari. Uno degli angoli più superbi, che ci ricorda la presenza di famiglie nobili, è il cinquecentesco palazzo Salomon, che prende il nome da una famiglia veneziana che vi risiedeva. Palazzo SalomonPur rappresentando uno dei più mirabili esempi di gotico veneziano in Istria, il palazzotto è il simbolo dell’odierna decadenza di Gallignana, trovandosi in uno stato di penoso abbandono, con le erbacce che crescono tra le pietre accanto alle eleganti bifore, gli stucchi colorati dei soffitti che crollano, alla faccia della tanto sbandierata conservazione dei beni culturali. Il senso di desolazione pervade tutto il centro del paese, a causa delle moltissime case abbandonate, ma ancor più per il fatto che molti degli antichi tesori storici ed artistici stanno finendo distrutti giorno dopo giorno, nell’incuria e nell’apparente indifferenza da parte delle autorità. L’animo trova un po’ di conforto solo ammirando l’immensa ed incantevole visuale di cui si può godere dal sagrato della grande chiesa di San Vito. Il panorama amplissimo si apre verso l’Istria settentrionale, la Cicceria, la Val d’Arsa e l’imponente monte Maggiore, sino a toccare la costa orientale istriana, con il canale di Fianona, il territorio di Albona e la retrostante isola di Cherso.
Gli ultimi “superstiti” di questa due giorni istriana si salutano con un ultimo pranzo in una trattoria della zona ed il bilancio non può che essere decisamente entusiastico, per l’accoglienza ed il clima che si è respirato a Pisino. Ci piace pensare che l’antica tradizione di questa terra sia in parte continuata con questa nostra giornata. Come già constatavano, in ben altri scenari, i patrioti di un secolo fa, Pisino accoglie con un che di magico e talora commovente i visitatori più attenti alla sua tradizione storica e culturale. Ancora una volta Pisino non ha deluso, essa ha lasciato un segno indelebile in chi ha avuto la fortuna di visitarla in una giornata così entusiasmante e di viverla intensamente assieme alla sua gente. Grazie Pisino… torneremo a renderti onore e ad inebriarci delle tue magiche atmosfere!

 


[1]Nerina Feresini, “Pisino, 1902: visita di D’Annunzio, 1907: Mostra d’arte”, Famiglia Pisinota, Trieste, 1971, p. 13

[2] Nerina Feresini, “Pisino, 1902: visita di D’Annunzio, 1907: Mostra d’arte”, Famiglia Pisinota, Trieste, 1971, pp. 55-56

[3] Nerina Feresini, “Scuole e scolari di Pisino sotto l’Austria”, Famiglia Pisinota, Trieste, 1970, p. 71  
    
15 Gennaio 2010: Presentazione del libro “Fiume” di Luigi Vatta
locandinaCome prima iniziativa dell’anno, abbiamo avuto l’onore di ospitare a Trieste Luigi Vatta, giovane residente a Torino, figlio di zaratini ed autore di un bel romanzo: “Fiume. La saga dei legionari di Gabriele D’Annunzio”. L’evento è stato organizzato in collaborazione con la Federazione Nazionale Arditi d’Italia sezione di Trieste, grazie all’iniziativa ed all’impegno di Massimiliano Ursini. Oltre all’autore del libro, abbiamo avuto il piacere di ospitare il fiumano Aldo Secco, presidente della Lega Nazionale sezione di Fiume, che da molti anni si prodiga per tramandare la storia della sua città natale, attraverso libri ed interventi a conferenze e celebrazioni.

 

                         presentazione

La sede che oggi ci ospita è la prestigiosa “sala volontari giuliani, fiumani e dalmati“, situata nella casa del combattente, nella piazza che è dedicata a Guglielmo Oberdan. Il palazzo fu inaugurato nel 1934, collocato simbolicamente sopra la caserma nella quale fu impiccato il martire triestino, inglobando, a perenne memoria, anche la cella in cui fu tenuto prigioniero. inaugurazione 1934Come si può vedere nell’immagine, il grande edificio, costruito su progetto di impostazione modernista dell’architetto Umberto Nordio, era al tempo ben visibile ed aperto sul piazzale antistante; successivamente, esso fu decisamente nascosto con la costruzione del palazzo che oggi ospita la sede della Regione, ultima monumentale opera di ristrutturazione della piazza. La costruzione, in rosso laterizio, con portici ed arcate in pietra d’Istria nella parte inferiore, si colloca nel sistema stilistico degli altri grandi edifici che racchiudono circolarmente la piazza, che alternano esempi di architettura razionalista e neorisorgimentale. Oggi la Casa del Combattente ospita la sede di molte associazioni combattentistiche e d’arma, tra le quali appunto la Federazione Arditi, ma soprattutto è sede del museo del Risorgimento. La serata è stata introdotta da Massimiliano, che ha illustrato ai numerosi convenuti le finalità dalla FNAI triestina ed alcune delle attività sinora svolte; tra le più recenti spicca la commemorazione dei 90 anni dell’impresa fiumana.
Successivamente ha preso la parola il cav. Aldo Secco, decisamente la persona più degna per introdurre un’iniziativa dedicata all’impresa di D’Annunzio a Fiume. Attraverso la descrizione dei principali eventi che precedettero la partenza dei legionari da Ronchi alla volta del Quarnero, Secco ha sottolineato, con corretti e competenti dati storici, che l’impresa fu fortemente voluta e stimolata da buona parte dei fiumani. Successivamente ha preso la parola Gabriele Bosazzi, che ha tracciato un excursus storico sull’impresa fiumana, con l’ausilio di numerose immagini d’epoca.
L’epopea dei legionari non può che trovare le radici nel movimento irredentista, che anelava al congiungimento alla madre patria delle terre abitate da italiani, ma ancora soggette all’impero asburgico. Il culmine del movimento fu raggiunto nel 1914-15 con l’interventismo, che trascinò il governo italiano a denunciare la triplice alleanza che lo univa ad Austria e Germania, prendendo invece le armi a fianco delle potenze occidentali e della Russia, proprio al fine di conquistare le “terre irredente”. Furono oltre duemila i volontari giuliano-dalmati che scelsero di disertare la divisa austriaca, espatriare clandestinamente in Italia e partecipare alla guerra con la divisa italiana, sfidando la forca per l’accusa di alto tradimento; tra questi si segnalarono un centinaio di volontari fiumani[1]. Nel frattempo, però, alla vigilia dell’entrata in guerra a fianco delle potenze occidentali, l’Italia aveva stipulato con le stesse il Patto di Londra; tale trattato assegnava al Regno d’Italia, in caso di vittoria, una consistente parte delle “terre irredente” del confine orientale, ma tagliava fuori Fiume, che sarebbe stata annessa ad un ipotetico stato dei “Croati, Serbi e Montenegrini”.
Durante l'autunno del 1818, nelle ultime fasi della guerra, molti Italiani dell'Adriatico orientale si attendevano l'arrivo delle truppe italiane. FiumeIl corso degli eventi subì una brusca accelerazione negli ultimi giorni di ottobre quando, nello sfacelo dell’apparato militare austro-ungarico, Fiume fu retta dal Consiglio Municipale, legittimato in quanto liberamente eletto dal popolo nonché per l’ampia autonomia amministrativa di cui godeva nell‘ambito della corona ungherese. Accanto al Consiglio Municipale si costituì un Consiglio Nazionale Italiano, che il 30 ottobre proclamò, in nome del principio di autodecisione dei popoli, enunciato dall’allora presidente americano Wilson, l’annessione di Fiume all’Italia. Subito sorsero attriti con il neo costituito Consiglio Nazionale Slavo, già costituitosi il giorno 29, che in rappresentanza della minoranza croata della città, rivendicò la sua aggregazione allo stato dei Serbi, Croati e Sloveni, che si stava in quei giorni costituendo. Iniziò ben presto una lunga ed accesa disputa, anche perché stavano affluendo a Fiume truppe serbe e croate. Percependo una situazione di pericolo per le loro aspirazioni nazionali, i fiumani iniziarono a manifestare con decisione la loro italianità; il Consiglio Nazionale, in particolare, inviò degli emissari presso vari comandi delle forze armate italiane, onde esortarli a sbarcare a Fiume; viste le loro peripezie via mare, vennero soprannominati gli “Argonauti”, nome tratto dai protagonisti di un’antichissima epopea mitologica greca, che vari autori dell’antichità supponevano essere passati proprio per il Quarnero, dopo la loro conquista del “vello d’oro”.
Dopo la costituzione di un governo militare interalleato nell‘attesa del trattato di pace, il cui comando era affidato al generale italiano Grazioli, iniziò a divenire sempre più evidente che le grandi potenze, in primo luogo Francia e Stati Uniti, non intendevano concedere all’Italia delle prospettive su Fiume, nonostante i proclami del presidente Wilson sul principio di autodeterminazione dei popoli, che ai fiumani fu sempre negato. Dopo la primavera del 1919, divenne chiaro che anche il governo italiano, dopo una prima ed infruttuosa reazione di protesta alla conferenza di pace a Parigi, non intendeva portare avanti con insistenza la rivendicazione della città quarnerina. Corteo Fiume italianaFu in questo contesto che iniziarono a mobilitarsi molti esponenti della cultura e della politica italiana, quali ad esempio Giovanni Giuriati, Eugenio Coselschi e Arturo Marpicati, ma soprattutto continuarono a mobilitarsi i fiumani. Già nel novembre del ’18 era iniziato il reclutamento di volontari a difesa dell’italianità della loro città, sia tra i reduci della guerra appena conclusa, che tra i giovanissimi fiumani; nel corso dell’anno successivo si costituì il Battaglione Legione Volontari Fiumani, diviso in tre compagnie intitolate ad altrettanti caduti fiumani della Grande Guerra, più una compagnia di marina. Il principale promotore ed organizzatore dell’iniziativa, in accordo con il consiglio nazionale e con il segreto appoggio del comando militare italiano presente in città, fu il fiumano Giovanni Host Venturi, capitano degli Arditi e volontario nella I Guerra Mondiale. Nel frattempo in Italia iniziò a spiccare, nel fermento creatosi sulla situazione adriatica, la figura di Gabriele D’Annunzio, che aveva dedicato “ai fiumani, perché mantengano ferma la fede”, il libello “La Beffa di Buccari”, che narrava la celebre impresa del febbraio del 1918. I documenti e le testimonianze attestano che in quei mesi si verificò una vera e propria processione di intellettuali, militari e patrioti, presso la “casetta rossa” sul Canal Grande di Venezia, dove il poeta alloggiava in quel periodo. Appare sintomatico che uno dei primi a far visita a D’Annunzio fu il fiumano Edoardo Susmel e che uno dei più assidui nei contatti epistolari fu in seguito proprio Host Venturi, che recava al poeta notizie sulla situazione della città. Mentre covava tale movimento, certamente oggetto di preoccupata attenzione da parte del governo italiano, la scintilla che smosse la situazione fu scoccata dagli incidenti del luglio 1919 che coinvolsero le truppe francesi (e quelle vietnamite da loro dipendenti), opposte a parte della popolazione fiumana e ad alcuni reparti della Marina italiana. Già precedentemente il generale Grazioli aveva scritto a D’Annunzio, ma anche al proprio comando, che era sempre più evidente come le truppe francesi simpatizzassero apertamente con i Croati e ne appoggiassero le istanze, creando un forte malcontento tra la maggioranza italiana della popolazione. Dopo gli scontri tra civili italiani e soldati francesi del 5 luglio, secondo alcune testimonianze innescati dall’offesa ad una coccarda tricolore italiana, il giorno successivo ci fu uno scontro a fuoco a Porto Barros, tra marinai italiani e militi francesi, che causò alcuni morti tra questi ultimi. I clamorosi fatti furono oggetto di un’immediata inchiesta, che molti giudicarono decisamente parziale, da parte del governo militare interalleato, che dispose un forte ridimensionamento del contingente militare italiano. GranatieriParticolare emozione fu suscitata dall’allontanamento dalla città dei Granatieri di Sardegna, il reparto che più aveva fraternizzato con la popolazione, che dovettero abbandonare la città gli ultimi giorni di agosto. Fu la scintilla dell’impresa d’annunziana: i Granatieri lasciarono Fiume acclamati dalla popolazione, tra scene di disperazione e tentativi di fermarne la partenza. I reparti si acquartierarono quindi a Ronchi, vicino a Monfalcone; sette giovani ufficiali, fra tenenti e sotto-tenenti, si rivolsero in maniera decisa a D’Annunzio, ormai divenuto un punto di riferimento, spronandolo con forza a mettersi alla loro guida e marciare su Fiume. Accanto alle esortazioni da parte dei sette granatieri e di Eugenio Coselschi, una delle spinte decisive arrivò ancora una volta da Fiume e da Host Venturi, che scrisse al futuro comandante il 28 agosto: “Dopo tanto pensare, discutere e riunioni segrete, si è deciso, sicuri della venuta della Brigata Regina, di lasciar partire la Brigata Granatieri, dopo una resistenza di circa un’ora e questo valse per convincere l’Italia “ufficiale” che in Fiume i fiumani, con la loro anima, guidano il grande fante. I granatieri partirono perché così fu deciso dal popolo fiumano. Sono avvenute delle scene indescrivibili, le donne furono vere eroine…Comandante, i fiumani sono quelli del 30 ottobre 1918. Anzi, noi si decise senz’altro di fare la rivoluzione violenta, contro tutto e contro tutti. Il giorno in cui ridurranno il presidio italiano il popolo è pronto. L’anima sincera di un popolo non si può negare, si può frenarla ma fatalmente deve scoppiare.”[2]
EntrataDopo alcuni tentennamenti e molti altri contatti con Fiume ed altre città d’Italia, Gabriele D’Annunzio, seppur febbricitante, partì nella notte da Venezia e raggiunse Ronchi, dove all’alba del 12 settembre, in ritardo rispetto ai tempi pianificati, giunse una colonna di oltre una ventina di autocarri, indispensabili per il trasporto dei militari; i mezzi erano stati sottratti con la forza all’autoparco di Palmanova dal capitano degli Arditi Miani e dal tenente aviatore Keller. Lungo il cammino si unirono ai Granatieri alcuni reparti di Arditi e molti singoli gruppi di militari giunti nel frattempo da varie località italiane, dove da molti giorni si erano tenuti pronti. In tarda mattinata nei pressi di Zamet, alle porte di Fiume, D’Annunzio, alla testa della colonna, incontrò il generale Pittaluga (che aveva da poco sostituito Grazioli, ritenuto dal governo troppo vicino alle istanze patriottiche fiumane); il dialogo fu drammatico: ricevuto il perentorio ordine di tornare indietro, il poeta invitò a far fuoco prima su lui stesso e sulle sue decorazioni di guerra, inducendo alla fine il generale a lasciar passare la colonna, composta ormai da qualche centinaio di soldati. Quelli che ormai venivano definiti i “legionari” di D’Annunzio, alle 11.40 del 19 settembre 1919, entrarono a Fiume, nel delirio della popolazione italiana, congiungendosi a due compagnie dei volontari fiumani di Host Venturi.
Ebbe così inizio quell’incredibile avventura poi sublimatasi nella Reggenza Italiana del Carnaro, destinata a concludersi tragicamente, dopo 15 mesi, con lo scontro fratricida che D’Annunzio definì il “Natale di sangue“.
pubblicoIl romanzo che oggi presentiamo, di fronte ad una sala decisamente gremita, ha il pregio di essere alquanto scorrevole ed avvincente, ma soprattutto di incastonare il protagonista e la sua famiglia, personaggi di fantasia, in un quadro storico reale, che mette in evidenza fatti e situazioni realmente accaduti e personaggi realmente esistiti nella Fiume di quel tempo. Il libro narra la vicenda di Bruno Persich, giovanissimo italiano di Zara che in quel convulso 1919 decide, ancor minorenne, di fuggire di casa e recarsi avventurosamente a Fiume, per diventare anche lui un legionario di Gabriele D’Annunzio, così come suo fratello Antonio, già volontario nella Grande Guerra.
Dopo la carrellata storica di Secco e Bosazzi, ha preso la parola Luigi Vatta, che ha prima di tutto spiegato, dal suo punto di vista, il senso di scrivere oggi un libro sull’impresa di D’Annunzio a Fiume. A 90 anni da tale evento, che nel bene o nel male resterà indelebile nella storia della nostra regione, un romanzo può essere molto più efficace di un saggio scientifico, per far conoscere in tutta Italia e soprattutto ai giovani un evento che agli occhi odierni appare incredibile. Anche per chi già conosce i fatti storici, però, un libro come quello di Luigi, con dei protagonisti di fantasia sullo sfondo di fatti e personaggi realmente esistiti e riprodotti piuttosto fedelmente, può immedesimare i lettori nell’atmosfera che si viveva a Fiume all’epoca; un clima intriso di entusiasmo, di un grande senso di libertà, talora rivoluzionario, comunque caratterizzato da momenti drammatici ed a volte di esaltazione; un’atmosfera che comunque dava a tutti l’impressione di essere testimoni o addirittura protagonisti di un pezzo di storia. D'Annunzio tra i legionariAttraverso gli occhi del protagonista, il lettore può anche comprendere la complessità dell’epopea d’annunziana, che oggi troppi cercano di inquadrare, con un’ottica semplicistica, come una sorta di preambolo del fascismo. In realtà D’Annunzio fu affiancato da figure che poi avrebbero abbracciato il movimento di Mussolini, come ad esempio Giovanni Giuriati, ma anche da altri che da esso furono emarginati, come il sindacalista rivoluzionario Alceste De Ambris. Fu proprio quest’ultimo a congegnare buona parte della “Carta del Carnaro”, considerabile una costituzione della "Reggenza Italiana del Carnaro", contenente principi decisamente rivoluzionari, che in parte le democrazie dei nostri giorni non hanno mai raggiunto. Soprattutto l’estro ed il carisma di Gabriele D’Annunzio attirarono in riva al Quarnero molti spiriti liberi che tali restarono anche in seguito, artisti, sognatori, personaggi goliardici, a volte stravaganti. Il più rappresentativo di questo aspetto, tra i protagonisti del libro, è Guido Keller, che come aviatore fece parte della squadriglia di Francesco Baracca e si dimostrò tra i più valorosi combattenti della Grande Guerra; eppure egli disprezzava le rigide gerarchie militari, si lanciava in avventure decisamente ardite, aveva un fare che molti giudicavano eccentrico e praticava il nudismo. A Fiume c’erano anche artisti di ogni tipo, tra i quali i futuristi capeggiati da Filippo Tommaso Marinetti, che a volte gettavano scompiglio con i loro spettacoli stravaganti, che talora finivano in zuffe. C’era persino il giornalista giapponese Harukichi Shimoi, che vestiva la divisa da legionario fiumano; c’era addirittura una donna soldato “ante litteram”, la marchesa Incisa di Camerana, che aveva vissuto la guerra come “crocerossina“ e a Fiume vestiva la divisa da Ardito. Si tratta di esempi che dimostrano quanto D’Annunzio fosse refrattario ai formalismi della vita militare; egli dava decisamente più importanza alla sostanza che alla forma, privilegiando il valore e la sincerità degli ideali rispetto alla gerarchia, il che gli valse lo scetticismo e talora il distacco da parte di alcuni alti ufficiali che lo avevano seguito nell'impresa.   
cartolinaOggi, anche grazie ad aspetti come questi, da più parti si sta rivalutando la figura di Gabriele D’Annunzio e l’impresa fiumana, anche da ambienti un tempo ostili. Spesso, però, alcuni rischiano di snaturarne il pensiero, accostandolo ad altri movimenti rivoluzionari o presunti tali, come ad esempio quello del ‘68. Luigi Vatta ha fatto ragionare il pubblico presente sull’azzardo di certi paragoni che oggi appaiono sulla stampa; non va dimenticato, infatti, che chi allora prese parte all’impresa fiumana era spesso reduce da importanti esperienze da volontario nella Grande Guerra ed aveva quindi più volte seriamente messo a rischio la propria vita. Va inoltre tenuto presente che, al di là di tanti comportamenti eccentrici e stravaganze di D’Annunzio e di molti suoi seguaci, al di là di molte idee rivoluzionarie che poi non saranno applicate da altri regimi, la più alta e profonda motivazione che animava il poeta e la maggior parte dei suoi legionari era il patriottismo, era la ferrea volontà di assicurare la città di Fiume alla Madre Patria; questa era vista come concetto di sommo valore, un qualcosa di spirituale e quasi religioso, che non veniva intaccato dalle situazioni politiche contingenti e che non poteva corrispondere all’atteggiamento dello stato italiano, che stava sempre più deludendo i legionari di D’Annunzio, in particolare con i governi Nitti e Giolitti. Come risulta ben evidente dai suoi scritti fiumani, il comandante non perseguiva velleità politiche o ambizioni personali, ma sopra ogni cosa ricercava l’affermazione e la valorizzazione della cultura e dell’identità italiana di Fiume, come della Venezia Giulia e della Dalmazia, senza per questo voler reprimere le altre culture presenti sul territorio.
Luigi, peraltro, ha anche fatto meditare su alcuni aspetti dell’impresa di Fiume che a volte vengono trascurati, soprattutto da parte di chi è propenso ad esaltarla ciecamente. A mente fredda ed agli occhi moderni, infatti, capita di considerare che i legionari furono pur sempre protagonisti di una sorta di diserzione di massa, cui non è facile dare una spiegazione senza considerare la figura di Gabriele D’Annunzio. Gabriele D'AnnunzioChi lo seguì nell’avventura fiumana, infatti, non solo metteva a repentaglio la vita, ma rischiava anche di veder troncata la propria carriera militare o di essere poi trattato come un traditore, con tutte le gravi conseguenze del caso, da quell’Italia che era dotata di maggiori mezzi e maggior potere e che effettivamente avrebbe poi prevalso con la forza. Tantissimi, dopo il trattato di pace che negava all’Italia Fiume e quasi tutta la Dalmazia, percepivano il tradimento da parte dei propri governanti, soprattutto nei confronti dei circa 600.000 italiani caduti in una guerra cui l’Italia partecipò con il dichiarato intento di liberare le “terre irredente”. Tuttavia, probabilmente, nessuno si sarebbe lanciato in un così clamoroso atto di ribellione se non in quanto trascinato dal carisma e dalla forza morale e culturale di Gabriele D’Annunzio. In più, pur essendo già da molti anni il “poeta vate”, una sorta di leggenda vivente, egli si meritò sul campo e non solo con il carisma la fiducia di chi poi lo seguì a Fiume. D’Annunzio, infatti, aveva dimostrato in guerra il suo valore, mettendosi a rischio in prima persona anziché incitare e mandare avanti gli altri; egli fu protagonista di celebri imprese quali ad esempio il volo su Vienna e la “beffa di Buccari”, dimostrando coraggio e rischiando davvero la vita, restando mutilato di un occhio, soffrendo per la morte dell’amico in battaglia. Fu indubbiamente questo, unitamente al carisma, alla poesia ed all’arte del linguaggio e della comunicazione, a farlo seguire ed amare da tantissimi giovani.
La riflessione finale cui Luigi Vatta ci induce riguarda il senso di ricordare e commemorare oggi un evento come l’impresa di Fiume. In una società decisamente materialista, che è spesso segnata dal disimpegno politico e sociale, dal disinteresse per valori tradizionali quali l’identità, la patria, il senso di appartenenza ad una comunità, ricordare ed approfondire l’epopea dei legionari di Fiume significa anche riscoprire valori quali il coraggio, lo spirito di sacrificio, la capacità di anteporre al proprio ego un ideale superiore. Il romanzo evidenzia infatti come molti dei legionari, come lo stesso protagonista, erano ragazzi giovanissimi, che si dimostrarono disposti non solo a scappare di casa, inseguire un futuro ignoto ed una vita poco agiata, ma anche a mettere a serio rischio la propria giovane vita, proprio come molti avevano fatto durante la Grande Guerra da poco conclusa. Oggi i tempi sono ben diversi, come altri sono i problemi che affrontiamo nella vita privata ed in quella sociale; ognuno di noi, con altri mezzi e finalità, può però affrontarli con lo stesso spirito, può intraprendere quotidianamente la sua personale impresa di Fiume, impegnandosi per un proprio ideale, donandosi con altruismo e disinteresse agli altri ed alle proprie idee.
 

[1] F. Pagnacco, “Volontari delle Giulie e di Dalmazia”, II ed., Compagnia volontari giuliani e dalmati, 1930
[2] E. Ledda, “Fiume e D’Annunzio”, Solfanelli, Chieti, 1988, p. 40

 


    

10 febbraio 2010: Celebrazione del Giorno del Ricordo ad Ascoli Piceno

manifestoQuest’anno, per la prima volta, l’Associazione Culturale Cristian Pertan prende parte ufficialmente alle iniziative legate al Giorno del Ricordo, istituito con L. 92/2004, con l’intento di “conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale”, come recita l’art. 1 della legge costitutiva.

In linea con le finalità della nostra associazione, tale ricorrenza non può avere solo un intento commemorativo, ma anche un senso propositivo rivolto al futuro. Secondo la nostra visione, coltivare il ricordo del nostro passato non può che significare costruire il nostro domani. Non si può pensare, infatti, di poter mantenere in vita la cultura e le tradizioni delle nostre terre, il che costituisce una delle nostre principali finalità, senza conoscere e far conoscere la storia dei nostri padri ed i fatti che hanno portato alla situazione odierna. Parlare dei tragici eventi accaduti mezzo secolo fa non significa rinfocolare odii o divisioni, ma analizzare con serenità e soprattutto con dignità il percorso di chi ci ha preceduto, commemorare ed onorare chi ha dato la vita per amore della sua terra e successivamente è stato volutamente dimenticato dalla cultura ufficiale.

Il primo dei due convegni cui siamo stati invitati si è svolto ad Ascoli Piceno, organizzato proprio per il 10 febbraio dal Comune e dalla Provincia della città marchigiana. L’evento si è svolto al Cinema Piceno ed ha visto la folta partecipazione di circa 250 persone, tra studenti delle scuole superiori, docenti e varie autorità civili e militari; in sala erano presenti anche alcuni esuli istriani, che l’esodo ed il destino ha portato fino a lì.

pubblico AscoliL’incontro è stato introdotto dal Presidente della Provincia Piero Celani e dal sindaco di Ascoli Guido Castelli, che si è dimostrato molto sensibile alla storia delle nostre terre, avendo tra l’altro organizzato altre celebrazioni in passato; Castelli ha sottolineato il valore della memoria, l’importanza di ricordare degli eventi che, agli occhi dei giovani, sembrano appartenere a tempi e luoghi molto remoti, ma sono accaduti poco più di mezzo secolo fa in una regione italiana e fino ad oggi sono stati volutamente ignorati dalla storiografia nazionale, come dai mezzi d’informazione e dai testi scolastici. Eppure si è trattato di un pezzo di storia d’Italia, di una sciagura che ha colpito popolazioni italiane, che in buona parte hanno patito la sofferenza dello sradicamento dalla loro terra e dai loro affetti proprio per mantenere la loro identità italiana; popolazioni che hanno pagato per tutti i connazionali il prezzo della sconfitta bellica. Oggi, oltre a ricordare e commemorare anche questa parte “scomoda” di storia italiana, ognuno può portare il suo piccolo contributo. Il sindaco di Ascoli Piceno, ad esempio, ha significativamente esortato i molti giovani presenti in sala, qualora dovessero recarsi in vacanza in Istria o in Dalmazia, a farlo ricordandone la storia profondamente legata alla nostra Patria ed a chiamare quei luoghi coi loro antichi nomi di origine italica e veneta, toccando un tasto a cui sono molto sensibili gli esuli e i loro discendenti.

esodo PolaDopo l’ulteriore intervento dell’assessore Andrea Maria Antonini, è stato proiettato il cinegiornale dall’Istituto Luce conosciuto come “Pola Addio”, prodotto e proiettato nelle sale italiane nel 1947, durante i giorni del massiccio esodo dal capoluogo istriano. Le immagini e le parole della famosa voce dell’Istituto Luce fanno riflettere e constatare che allora il dramma dei giuliani veniva ancora in parte testimoniato e raccontato dagli organi di informazione italiani, in termini decisamente drammatici; evidentemente l’argomento non era ancora ritenuto così scomodo, come divenne pochi anni dopo, quando la Jugoslavia, una volta uscita dal blocco comunista dell’Europa orientale, era divenuta un prezioso interlocutore, in quanto “stato cuscinetto”, per tutto l’occidente ed in seguito anche per lo stato italiano. Come ben noto, a partire dagli anni immediatamente successivi, la questione venne ignobilmente accantonata e nascosta alla conoscenza degli Italiani, per oltre mezzo secolo.

Successivamente ha preso la parola Gabriele Bosazzi, che ha esposto una carrellata storica, cercando, con l’ausilio di immagini, stampe e cartine, di far conoscere qualcosa di più di queste regioni a coloro i quali ne ignorano la storia, oppure la conoscono in maniera confusa.

Prima di tutto è importante far capire, come giustamente (ma faziosamente) affermano i “negazionisti” delle foibe, che la storia non inizia nel 1943, anno che ha visto la prima ondata di infoibamenti! La storia delle nostre terre inizia infatti oltre 2 millenni prima. E’ quindi fondamentale sottolineare che la Venezia Giulia, Fiume e la Dalmazia, non erano zone oggetto di mire imperialistiche del Regno d’Italia, in parte realizzate dopo la I Guerra Mondiale, ma territori legati politicamente e culturalmente alla penisola italiana sin dalla conquista romana del 177 a.C. e dalla successiva colonizzazione latina. Il legame tra le due sponde dell’Adriatico rimase costante anche dopo i secoli di dominazione romana, quando si susseguirono il regno di Odoacre, i Goti, i Bizantini, i Longobardi, i Franchi e soprattutto la Repubblica di Venezia, che condizionò in maniera decisiva la cultura di queste terre. Si è fatto doverosamente cenno anche al secolo di dominazione asburgica, periodo fondamentale in quanto ha visto formarsi, come in tutta Europa, il senso di appartenenza nazionale; in riva all’Adriatico sorse dapprima l’Irredentismo italiano, seguito pochi decenni dopo dal “risveglio” nazionale da parte di Sloveni e Croati, che da secoli vivevano a stretto contatto ed in relazione con gli Italiani. Incendio Il Piccolo 1915Proprio in quel periodo si scatenarono le lotte nazionali tra Italiani e Slavi, prima in Dalmazia e successivamente nella Venezia Giulia ed a Fiume, tensioni che crebbero d’intensità fino a culminare in un clima decisamente incandescente alla vigilia della Grande Guerra. Molti eventi di quel periodo dimostrano che fu in quel concitato momento che esplose in modo eclatante lo scontro nazionale e si svilupparono palesemente le mire su queste terre da parte slava, il che smentisce categoricamente chi semplicisticamente (e spesso in cattiva fede) spiega la tragedia delle foibe e delle persecuzioni che portarono all’esodo come una semplice reazione a violenze e repressioni patite dagli Slavi durante il fascismo e la seconda guerra mondiale.

Attraverso interessanti e significative immagini, si è quindi cercato di narrare la vicenda delle foibe e dell’esodo con massima obiettività, senza preconcetti, frasi fatte o luoghi comuni, ma soprattutto senza paura di dire la verità; non vanno omesse infatti le responsabilità di molti italiani di fede comunista nelle stragi del 1943-45 e nelle successive persecuzioni del dopoguerra, cosa che spesso viene elusa parlando approssimativamente di “barbarie slava”; non va peraltro dimenticato che anche molti Sloveni e Croati rimasero vittime dei loro connazionali titini. Allo stesso modo, non va taciuta la responsabilità dello stato italiano nel non aver fatto nulla per difendere il confine orientale l’8 settembre del ’43 e nell’aver poi ingannato e beffato gli esuli, pagando i danni di guerra con i loro beni, nazionalizzati in violazione dei trattati, oltre che mettendo a tacere quel doloroso periodo storico fino ai giorni nostri.

Alla fine si è invitato a non guardare solo al passato ed alle recriminazioni che le ingiustizie della storia ci ha riservato, cercando invece di rivolgersi anche al futuro, facendo quanto possibile per salvaguardare la storia e la cultura di queste terre.

Un tanto appare realizzabile non solo coltivando la memoria, ma anche cercando di vivere il territorio in questione, riscoprendone la bellezza ed il fascino, spronando ed accompagnando chi ne ha interesse a visitare tali luoghi, ma soprattutto a farlo ricordando la loro complessa storia, ancor oggi testimoniata da monumenti e vestigia antiche. Un invito ad essere turisti intelligenti e sensibili verso i luoghi visitati, cercando di trovare negli antichi palazzi e monumenti ciò che le guide turistiche non dicono, ricordando le popolazioni autoctone, le loro tradizioni e i loro bei dialetti italici e veneti, riscoprendo il fascino di un lembo d’Italia perdutosi nella storia.

 

19 febbraio 2010: Celebrazione del Giorno del Ricordo a Roma

manifestoIl secondo appuntamento si è svolto a Roma, presso il liceo Giulio Cesare, grazie all’organizzazione del Centro Studi Raido. Di fronte ad una cinquantina di studenti, dimostratisi attenti ed interessati, abbiamo avuto l’onore di essere affiancati da Luigi Papo de Montona, reduce del 2° Rgt. “Istria” della Milizia Difesa territoriale, in seguito divenuto studioso e autore di oltre un centinaio di libri; va ricordato che il dott. Papo, dopo essere stato in prima linea nel difendere la sua terra durante la guerra, ha dedicato tutta la vita alla divulgazione della storia istriana, fiumana e dalmata, anche in tempi in cui era decisamente molto più difficile trattare certi argomenti. Decisamente un esempio per tutti noi.

L’incontro è stato presentato dalla prof. Ieni, dalla prof. Cavaterra, da Jacopo Giustiniani, rappresentante dell’Associazione studentesca Testudo e da Antonio Angelosanto, esponente del Centro Studi Raido di Roma. Gli organizzatori hanno specificato come gli studenti saranno chiamati negli anni prossimi ad organizzare altre di queste attività, volte a rinnovare il ricordo della storia del confine orientale d’Italia.

Dopo la proiezione di un filmato, si è svolta la consueta rassegna storica presentata da Gabriele, che ha sottolineato molti aspetti poco conosciuti, nel contesto generale dell’evoluzione storica e culturale dell’area, partendo dalle origini della presenza italiana in quelle regioni.

Le innumerevoli testimonianze ed i documenti storici dimostrano come la difesa del confine orientale e la denuncia degli orrori che furono commessi dal 1943 contro i civili non furono una battaglia di una sola fazione politica, bensì un obiettivo condiviso dalla maggioranza della popolazione, il che fu confermato dal massiccio esodo, che assunse la forma ed il significato di un plebiscito. Anche questo dimostra quanto oggi sia importante, quando si parla di storia, spogliarsi dalle proprie convinzioni ideologiche ed unirsi alla campagna per la verità su una vicenda ancora troppo poco conosciuta.

pubblico RomaSuccessivamente ha preso la parola Luigi Papo che, oltre a portare la sua diretta testimonianza, ha descritto alcuni particolari eventi accaduti tra XIX e XX secolo, accompagnati da significativi documenti storici, utili a comprendere le vicende delle foibe e dell'esodo nel loro complesso. La conoscenza dello sviluppo storico complessivo della regione e della conflittualità nazionale che si è sviluppata già nel XIX secolo sono infatti  fondamentali  per la comprensione della tragedia delle foibe e dell’esodo. Solo considerando la lunga evoluzione storica della sponda orientale dell’Adriatico e la complessa dinamica dei rapporti sociali e nazionali in queste terre, si possono comprendere le ragioni sociali e politiche che portarono ai fatti accaduti  dal 1943 in poi. Le parole schiette di chi ha vissuto in prima persona quegli eventi hanno colpito tutto l’uditorio, dando la dimensione della tragedia vissuta dagli Italiani d’Istria.

Al termine delle relazioni è stato il momento per qualche domanda e commento da parte di studenti ed insegnanti, prima di concludere sottolineando come l’importanza della Giornata del Ricordo sia basilare per un popolo che vuole ricordare la sua storia, senza odio né rancore, ma con pieno senso del dovere verso altri italiani che hanno vissuto la tragedia dell’infoibamento e dell’esodo. E’ una battaglia per la verità e la giustizia a cui tutti noi siamo chiamati.


24 aprile 2010: Presentazione XI Fondo Pertan a Visignano d’Istria

MatteradaAncora una volta, nel recarci in Istria, decidiamo di fissare il punto di ritrovo a Matterada, davanti al piccolo cimitero che accoglie Cristian, nel beato silenzio armoniosamente interrotto dai lontani rumori della campagna, dal vivace canto dei “gardei” e da quello lieve degli alberi mossi dalla brezza. In questa occasione, dopo aver reso omaggio al nostro amico, ci soffermiamo anche ad osservare l’attigua chiesetta dedicata alla Madonna della Neve, che pur nella semplicità e nelle sue modeste dimensioni reca alcune testimonianze storiche, come l’iscrizione sopra il portale, che reca il nome del gastaldo Giorgio Tomice (probabilmente Tomizza) e la data di costruzione: 1664. Il bianco campanile invece, che si distingue per il tetto piatto, privo di cuspide, ricorda in latino il restauro del 1940.  In un angolo a fianco dell’edificio, giacciono abbandonate e trascurate alcune antiche tombe, perlopiù del XIX secolo. Esse si presentano accatastate ed apparentemente abbandonate quasi si trattasse di rifiuti, ma sono anch’esse importanti testimonianze del passato ed oggi un emblematico esempio dell’annoso problema della tutela del patrimonio storico ed artistico dei cimiteri istriani. Purtroppo, per decenni, si è protratto e continua ancor oggi lo scempio di centinaia di tombe italiane, che sono state rimosse e distrutte senza interpellare i discendenti, in altri casi depredate di elementi decorativi o delle lettere che componevano le epigrafi, oppure semplicemente occupate da nuovi abitatori, che hanno sostituito i nomi dei loro congiunti a quelli dei defunti italiani. Inutile dire che in molti casi non si è trattato semplicemente di un’appropriazione indebita, ma soprattutto di una consapevole eliminazione di molte inequivocabili testimonianze storiche, attestanti la preponderante presenza italiana in molti paesi istriani. Si tratta di una questione di cui si occupa da tempo l’IRCI di Trieste, che sta curando il censimento di tutte le tombe italiane in territorio istriano, oltre al mantenimento, ove possibile, di quelle ritenute monumenti di interesse storico e la realizzazione di lapidari in cui porre le sepolture che vengono tolte dalla loro sede, in quanto non vi sono più discendenti che ne paghino i canoni.

Partiti da Matterada, la seconda tappa è fissata in un noto agriturismo nella zona di Verteneglio, dove prima del pranzo abbiamo il piacere di assaporare un gustoso esempio di vita rurale istriana. Qui il visitatore più sensibile alle bellezze della campagna può infatti visitare un ricco percorso tra molti animali, come oche, tacchini, cavalli, asini, passando per i particolari maiali neri, fino ad arrivare alle immancabili galline ed alla tradizionale capra istriana, da secoli assurta a simbolo della regione. Tutti, da quanto possiamo vedere, sono qui allevati in buone condizioni di vita, in uno spazio adeguato e consono alla loro natura. Dopo il pranzo decidiamo di far tappa a Pizzudo inferiore, il paese di Cristian, dov’è nata sua madre e dove risiedevano i suoi nonni, la dolce borgata che ricorreva sempre nelle chiacchierate con lui. Si tratta di una località che sorge a lato della strada tra Buie ed Umago, con tutte le caratteristiche e l’atmosfera tipica di un paese rurale, con l’unica stretta via che lo attraversa, i sentieri che portano ai terreni coltivati, le tipiche case in pietra, di cui molte ormai deteriorate dal tempo e solo alcune ristrutturate in maniera moderna. Approfittando dell’ospitalità di un amico e visto il tempo inclemente, ci fermiamo in una cantina del luogo e diamo vita ad un’altra allegra tavolata…ancora una volta si ride si scherza e si brinda, con un bicchiere di malvasia; al momento di ripartire, sembra quasi che Cristian, qui nella sua Pizzudo come in tutta l’Istria, sia ancora una volta qui al nostro fianco.

Cava CiseFinito il momento prettamente conviviale, è giunta l’ora di avviarci verso l’Istria centrale, per la nostra prossima tappa, ovvero il sacrario di Cava Cise, sulla strada che da Montona conduce a Pisino. Ancora non molti conoscono questo luogo dal significato importantissimo, in quanto unico monumento, nei territori ceduti dall’Italia, che onora dei caduti italiani per mano dei partigiani jugoslavi. Si tratta di una ventina di ex soldati della Milizia Difesa Territoriale, Carabinieri e qualche civile, prevalentemente di Montona, uccisi dai partigiani il 10 maggio del 1945, a conflitto finito e comunque in spregio a tutte le norme di diritto internazionale vigenti a tutela dei prigionieri di guerra. La storia di questi ragazzi, ricostruita attraverso varie testimonianze, è stata narrata da Luigi Papo de Montona in un suo libretto romanzato e dall’associazione degli esuli montonesi, sulla rivista “Quattro ciacole sotto la losa”, che si può consultare anche in internet. Quale colpa avevano i caduti di cava Cise? Dal punto di vista dei loro carnefici, molti di loro avevano il torto di essersi opposti alle mire territoriali dei comunisti jugoslavi (e dei loro fiancheggiatori italiani); lo avevano fatto arruolandosi volontariamente nel Reggimento “Istria” facente parte della Milizia Difesa Territoriale, formazione che era stata costituita nella Venezia Giulia a difesa del suolo patrio. Essi vennero sempre considerati “fascisti” dal nemico, con tutto ciò che ne consegue, in quanto reparto interamente italiano, riconducibile alla Repubblica Sociale Italiana, pur rientrando nella “Zona di Operazioni Litorale Adriatico” che era stata sottratta alla sua competenza e governata direttamente dai Tedeschi. MontonaVa detto però che tra questi volontari vi erano soprattutto ragazzi che, al di là di qualsiasi idea politica, perseguivano la difesa dei propri paesi d’origine dall’avanzata slava, giovani che si erano arruolati con l’esclusivo fine di preservare l’italianità dell’Istria, messa inequivocabilmente a rischio dopo l’8 settembre. In ogni caso, in territorio istriano, la MDT era suddivisa in numerosi distaccamenti composti anche di pochi uomini, deputati al presidio delle singole località interne lasciate sguarnite dall’esercito tedesco o alla sorveglianza di strutture soggette ad attentati quali ferrovie, ponti ed acquedotto. I singoli reparti erano costretti ad agire, pur in zone piuttosto vaste, in condizioni di inferiorità numerica e scarse possibilità di rifornimenti e rinforzi; si trattava di militari quasi sempre dediti alla sorveglianza del territorio ed alla protezione della popolazione civile e non certo ad attività di rastrellamento di partigiani. Nell’aprile del 1945, al precipitare della situazione bellica, la maggior parte di questi giovani soldati si era recata verso Trieste, dove avrebbero dovuto concentrarsi le truppe in ritirata per un’ultima difesa. In realtà quasi tutte le formazioni della RSI si sciolsero e molti militi si rifugiarono proprio nel capoluogo giuliano, ritenuto più sicuro, ma nel quale invece arrivarono i partigiani titini il 1 maggio. Alcuni dei caduti di Cava Cise furono catturati proprio a Trieste, altri in Istria, in quanto più ingenuamente, ma consapevoli di non aver fatto del male a nessuno, stavano tranquillamente rientrando verso le loro case. Una volta arrestati, furono tradotti a Montona e rinchiusi nelle locali carceri, assieme al Podestà della cittadina, ad un segretario comunale e a qualche altro civile. Successivamente il gruppo venne portato a Pisino dove, come subito dopo l’8 settembre del ’43, era stato attivato un tribunale partigiano, che probabilmente intentò uno dei tanti processi farsa, che infatti non lasciò alcuna traccia delle presunte imputazioni a carico dei prigionieri in questione. Dalle testimonianze raccolte in questi anni, i prigionieri vennero poi rimessi in cammino verso Montona ma prima di arrivarvi, vicino al bivio per Villa Treviso, furono trucidati; i loro cadaveri furono abbandonati per diversi giorni, tanto da essere visti dalle poche persone di passaggio, nella località detta Cava Cise (dal nome di una cava di bauxite abbandonata).

Cava CiseDopo la ricostruzione dei fatti e del luogo in cui, con ogni probabilità, sono ancora sepolti i corpi, nel 1996 la Famiglia Montonese si era rivolta a Onorcaduti, per chiedere la riesumazione dei poveri resti ed una degna sepoltura. La risposta, purtroppo, era stata delle più deludenti: tra Italia ed i paesi eredi della Jugoslavia, le trattative per la restituzione delle salme rimaste in quei territori sono ancora in corso e ben lungi dal concludersi positivamente. Da qui l’idea di realizzare un piccolo parco, previo acquisto del terreno da parte della Famiglia Montonese. Il 22 settembre del 2001 si svolse la cerimonia di inaugurazione del sacrario, organizzata dalla Famiglia Montonese, dall’Unione degli Istriani e dall’IRCI, con la partecipazione di associazioni ed istituzioni italiane ma anche, fatto inedito, rappresentanze dei comuni di Pisino e Montona, della comunità italiana e del parroco della stessa località e con l’appoggio del Vescovo di Parenzo. Come ben noto, in Slovenia e Croazia i crimini dei partigiani di Tito ai danni degli Italiani non vengono ancora ammessi dalle autorità e dalla stampa, né sono molto conosciuti dall’opinione pubblica; infatti, ad ogni Giorno del Ricordo ed in altre occasioni, si sviluppano forti polemiche, in particolare da parte delle associazioni che si definiscono “antifasciste”, non disposte ad ammettere le gravi colpe della loro fazione politica. Proprio considerando tutto questo, Cava Cise appare un piccolo miracolo, costituendo una testimonianza decisamente scomoda. Purtroppo, proprio a conferma della perdurante visione tutt’altro che serena della storia, pochi mesi dopo la sua realizzazione, il sacrario è stato oggetto di un atto vandalico, con l’abbattimento della croce posta dietro l’altare. Poco dopo, la croce è stata ripristinata ed il luogo nuovamente benedetto.

Omaggio a Cava CiseOggi, finalmente, almeno i caduti di Cava Cise sembrano aver trovato il giusto riconoscimento, degnamente coperti dalla terra istriana e da lastre di pietra carsica. Li onorano in questo parco una grande croce, un altare marmoreo e venti cippi disposti ad anfiteatro, recanti il nome e le date di nascita e morte. Ne celebra il sacrificio anche una grande lapide con i toccanti versi scritti da Caterina Magro, che possono ben rappresentare tantissimi altri istriani, fiumani e dalmati: “Non udiste pianto di madre e di spose / quando l’orrido buio / straziava le vostre vite / un muto ed inesausto dolore / accompagna la vita / di quelli che sono rimasti / e il destino ha disperso nel mondo”. La vicenda di questi ragazzi rappresenta solo un piccolo ma emblematico esempio di quanto accadde durante e dopo la II Guerra Mondiale a molti istriani; è proprio per questo che ci sembra importantissimo venire a visitare questo sacrario rendendo onore non solo a questa ventina di morti, ma anche alle migliaia di vittime, infoibate o fatte sparire in altro modo, che ancora non è possibile commemorare ufficialmente in Istria e che non hanno trovato una degna sepoltura.

VisignanoLasciata Cava Cise, passando per lo storico incrocio di Caroiba ed attraversando l’antica via Flavia con la “crosera di Tizzano”, arriviamo a Visignano d’Istria, che, da qualsiasi parte lo si raggiunga, colpisce subito per l’imponenza del suo campanile, che rivela la relativa importanza che questo centro ebbe in passato. La Comunità degli Italiani ci accoglie subito con la grande cordialità del presidente Erminio Ferletta, che abbiamo conosciuto l’anno passato a Santa Domenica, in occasione del X Fondo Pertan. Dopo la consueta operazione di scarico degli scatoloni, contenenti i quasi 300 libri della donazione odierna, lo stesso Ferletta ci guida ad una visita del paese. La Comunità si trova sulla principale arteria che taglia il paese e che ne è stata sempre centro della vita sociale ed economica. Lungo la strada, colpisce un monumento piuttosto curioso che, con fattezze abbastanza bizzarre, indica che in questa località si trova oggi un importante osservatorio astronomico.

Sant'Antonio AbateProseguendo, si arriva a quella che un tempo si chiamava piazza Dante, nome successivamente abolito con il passaggio dell’Istria alla Jugoslavia. Eppure, fa piacere osservare che alcune vie del centro storico recano ancora toponimi italiani, come la via intitolata al dottor Silvio Fortuna, medico del paese anche durante i tragici fatti del secondo conflitto mondiale. In questo piccolo piazzale, da cui parte la salita al borgo antico, spicca la particolarissima chiesetta gotica di Sant’Antonio Abate, tutta in grossi blocchi di pietra a vista arrossati dalla terra istriana, costruita tra il XIII e XIV secolo; essa si distingue in particolare per il grande campanile a vela, che si stacca centralmente dalla facciata con la sua mole quasi sproporzionata, il che la rende forse unica tra gli edifici religiosi istriani.  Lasciando alle spalle l’originale chiesetta, ci si arrampica attraverso la salita, un tempo popolarmente detta “Borgari”, che si addentra nella parte più antica di Visignano, attorniata da alcuni eleganti palazzotti nobiliari barocchi, ma anche da case estremamente povere; diverse di queste, abbandonate e decrepite, dimostrano che anche qui le ferite dell’esodo sono ancora decisamente evidenti.

Si arriva quindi alla piazza sulla sommità del colle, la cui sontuosa prima visuale è suggestivamente incorniciata dallo splendido arco della porta cittadina, realizzato in quest’ultima versione tra il XVII e XVIII secolo. L’aspetto più notevole della porta è ovviamente  il leone marciano, che reca l’anno 1617 e dimostra subito alcuni aspetti di originalità; la fiera, infatti, esce con metà del corpo dalle onde del mare, (similmente al più elegante leone dell’arco dei Balbi di Rovigno), a simboleggiare il dominio della Serenissima sull’Adriatico. La zampa, oltre ad appoggiarsi sul classico libro, sorregge un nucleo urbano con un evidente campanile, che rappresenta il paese di Visignano.

 

    Porta     piazza     Porta

    

Una volta entrati nella piazza, la visuale è notevole in ogni direzione e gli animi più sensibili non possono che percepire la sensazione di sacralità di questo luogo, che più che mai evoca SS. Quirico e Giudittal’atmosfera di un’antica acropoli. L’aspetto di questa piazza, con il maestoso duomo ed il massiccio campanile da un lato, dall’altro la loggia e la cisterna affacciate sulla vallata sottostante e sull’Adriatico, aiuta a comprendere il millenario percorso storico di questo e molti altri paesi istriani sviluppati attorno alla chiesa in cima ad un colle; l’apice di simili alture è sempre stato considerato luogo di grande spiritualità e di conseguenza centro nevralgico degli insediamenti umani religiosi e civili, divenendo quindi fulcro della vita sociale; anche Visignano, ha infatti seguito lo stesso percorso di altri paesi istriani, prima sedi di castellieri, poi di templi pagani e successivamente di chiese cristiane. Quella che sino a mezzo secolo fa si chiamava piazza San Marco ed oggi intitolata a Pino Budicin, è dominata dalla parrocchiale dedicata ai SS. Quirico e Giuditta, ultimata nel 1833, ma oggi perfettamente conservata grazie al grande restauro del 2002-2003, reso possibile grazie ai contributi offerti dagli esuli visignanesi. Il duomo si staglia imponente con le sue sontuose forme neoclassiche, costituite in particolare dai quattro massicci pilastri sormontati dal fregio classico e dal grande frontone. Anche quest’ultimo si distingue per un evidente particolare di notevole originalità: il grande occhio che si apre nel timpano ed irradia raggi di luce tutto intorno e rappresenta lo sguardo di Dio. Dall’altra parte della piazza, dopo l’imponente campanile in pietra del XVIII secolo, si trova la bella loggia seicentesca, altro elemento ricorrente delle cittadine venete, dove un tempo si svolgevano le adunanze del popolo. Cisterna e loggiaAffacciati tra i suoi secolari pilastri, si può godere di un’ampia ed incantevole vista sulle colline e vallate che dolcemente digradano verso il mare; un’immagine di impareggiabile suggestione, fatta di boschi e terre coltivate, di paeselli coi loro campanili, di baie e promontori che abbracciano il profondo blu dell’Adriatico. Da questa posizione si domina la costa da Cittanova sino al territorio di Rovigno e nelle giornate limpide si possono scorgere anche i monti oltre l’altra sponda dell’alto Adriatico. Accanto alla loggia, a completare questo eccezionale concentrato di monumenti all’antica vita sociale di Visignano, c’è la cisterna dell’Ottocento, con al centro la vera da pozzo, altra struttura di grande importanza, dove le donne si recavano a raccogliere l’acqua sino alla realizzazione dell’acquedotto. La piazza è infine chiusa dal palazzo municipale e dall’ex caserma dei Carabinieri, che affiancano l’arco di entrata al piazzale.

Visignano potrebbe offrire altri angoli suggestivi ed interessanti, ma il poco tempo a disposizione ci costringe a rimandare una visita più accurata ed avviarci verso la sede della CI. Coro ArpaQui la cerimonia ha inizio con il coro “Arpa” di Visignano che ci accoglie con una bella esecuzione del “Va’ pensiero”, opera che sempre più spesso viene eseguita nelle comunità italiane; si tratta di un fatto indubbiamente significativo, considerando che si tratta di un componimento che un tempo ispirava  forti sentimenti patriottici tra gli Italiani di queste terre ed accompagnava molte manifestazioni pubbliche. I coristi locali, diretti dal giovane maestro Marko Ritosa, propongono poi alcuni brani di sua composizione, compresa un’originalissima riedizione della stessa opera di Verdi, seguiti poi da alcuni canti tradizionali tratti dal repertorio popolare istriano. Dopo l’introduzione musicale, inizia la presentazione dell’XI Fondo Pertan, con i saluti di benvenuto del presidente della Comunità, il visignanese Erminio Ferletta, seguito dagli interventi di Luca Covella dell’ADES, di Manoel Bibalo e Gabriele Bosazzi dell’Associazione Pertan, di fronte alla sala gremita di visignanesi e di nostri associati e simpatizzanti giunti da varie parti d’Italia. In particolare, viene posto un saluto ed un sentito ringraziamento a chi è giunto da lontano, in particolare dall’Emilia Romagna, dal Lazio e dal Veneto. Come sempre, vengono spiegati gli intenti della nostra associazione, in particolare il nostro sentirci orgogliosamente istriani e la ferma volontà di offrire il nostro contributo alla preservazione della memoria e delle tradizioni di queste terre. In particolare, ci si sofferma ad illustrare brevemente chi era Cristian e quanti sforzi abbia genuinamente dedicato al suo ideale, che noi oggi cerchiamo di portare avanti. Fondo Pertan VisignanoProprio pensando al grande altruismo di Cristian, che molti hanno saputo apprezzare, appare ancor più significativo il fatto di donare dei libri, che simbolicamente rappresentano la cultura che vogliamo cercare di conservare. Oltre al gesto simbolico, il Fondo Pertan risponde però anche all’intento di dare concretamente una mano, per quanto possibile, alle comunità più piccole, alle realtà che senza troppi mezzi cercano di mantenere viva la componente italiana in Istria. Quest’oggi doniamo quindi alla CI di Visignano d’Istria 266 libri, come di consueto elencati in un’apposita pergamena, recante anche il nome di ciascun donatore. I testi in questione sono dedicati a varie tematiche, dai libri per bambini e ragazzi a testi scientifici e di narrativa, ma uno spazio di particolare importanza è dedicato a quelli che trattano di storia e cultura istriana. Tra questi spicca il recente “La mia Istria” di Luigi Covaz, che rievoca i ricordi della sua infanzia trascorsa proprio qui a Visignano, prima dell’esodo.

CenaAl termine della presentazione, sia i rappresentanti di ADES e Associazione Pertan che il Presidente della locale Comunità Italiana si salutano con l’auspicio che questo sia solo il primo di una serie di eventi culturali organizzati assieme. Come di consueto, dopo un ricco e conviviale buffet in comunità, la serata prosegue su una lunga e vivace tavolata in una trattoria del paese, tra brindisi, canti ed allegria, nel più schietto spirito istriano.

 

 

Trieste, 3 dicembre 2010: musica e parole dal bosco

Nella splendida ambientazione dello storico Caffè San Marco di Trieste, abbiamo voluto presentare un’iniziativa un po’ particolare, rispetto a quelle per noi abituali, ma perfettamente in sintonia con le nostra mentalità. Ancora una volta abbiamo ospitato con piacere l’amico Paolo Paron, scrittore e soprattutto cultore delle tradizioni friulane, espresse in usanze, leggende e racconti popolari. In questa occasione, Paron ha presentato il suo ultimo libro “Carta dei diritti fondamentali dei popoli delle foreste dell'Unione Europea”, accompagnato dalla voce e dall’arpa di Francesca Salcioli e dalle sue melodie celtiche. Come si intuisce dal titolo, il libro affronta in modo provocatorio il tema della tutela degli animali e dell’ambiente naturale, presentandolo in un contesto “tolkeniano”, fatto non solo di boschi ed animali, ma anche di creature fantastiche. Proponiamo un breve estratto di questo “primo trattato di collaborazione fra mondo selvatico e mondo civilizzato”: …sono vietati l’allevamento in batteria, la detenzione di animali in luoghi angusti, ristretti, senza possibilità di movimento e possibilità di vita sociale, come anche il nutrimento forzato per l’ingrasso, come nessuno può essere tenuto in condizioni di schiavitù o di servitù; nessuno può essere costretto a compiere un lavoro forzato o obbligatorio ed infine è proibita la tratta degli esseri umani, degli animali, dei folletti, degli gnomi e dei nani”. Viene dunque enunciato il rifiuto di uno degli aspetti della società moderna: il sistema economico incentrato sulla produzione di massa anche in campo alimentare, che riduce degli esseri viventi a beni di consumo, imponendo agli animali una vita indegna. Il pensiero dell’autore, che ben ci rappresenta, descrive invece un mondo in cui uomini, animali e vegetali trovano pari dignità, in un’armonia che non potrebbe che giovare ad ognuna di queste categorie.

Dopo la lettura del decalogo, Paron torna sul suo precedente libro “La casa dei sette gatti”, già presentato anche in Istria nell’ambito delle nostre iniziative. Il testo riporta vecchie leggende e racconti popolari del Friuli, che parlano anch’essi di una società basata su stili di vita, ritmi e valori ben diversi da quelli oggi dominanti. Le vecchie storie, che parlano di streghe e malefici, orchi e fate, hanno sempre una loro morale e venivano evidentemente raccontate ai bambini per dare un insegnamento. Le parole di Paolo vengono ogni tanto intervallate dalla musica, grazie alla bella voce ed all’arpa di Francesca Salcioli, che delizia il pubblico con le sue canzoni celtiche, perfetta cornice ai racconti ambientati nei boschi e nei villaggi di un tempo.

 

  presentazione   Paolo Paron   Francesca Salcioli

 

In questa serata decisamente originale rispetto alle nostre iniziative abituali, i nostri ospiti ci hanno mostrato un modo alternativo per trattare il tema dell’ecologia. La mentalità e lo spirito che animano la nostra associazione non possono che essere in sintonia con quanto espresso oggi; il recupero delle tradizioni della nostra terra non può infatti che coniugarsi con il necessario rispetto per l’ambiente, con l’esigenza di ritrovare l’antica armonia tra uomo e natura, che caratterizzava la vita dei nostri avi.

 

 

 

 

 
 

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