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lunedì 20 novembre 2017
 
 

2012-13

 
 

Anche quest’anno la nostra associazione ha dato il suo piccolo contributo alle celebrazioni del 10 febbraio, attraverso la partecipazione ad alcuni eventi. Premettiamo che ci sono giunte numerose richieste di adesione a conferenze e cerimonie, ma solo in pochi casi abbiamo potuto presenziare, per il consueto accavallarsi di eventi nelle stesse date; ce ne scusiamo con chi ci ha invitati.

Verona

Come nel 2011, abbiamo risposto all’appello degli amici veronesi dell’Associazione Culturale Progetto Nazionale Fiamma Futura, che quest’anno hanno organizzato una serie di conferenze, incontri e mostre in svariate parti della loro ampia provincia. Le iniziative si sono aperte a San Giovanni Lupatoto e Monteforte d’Alpone, il 3 e 4 febbraio, con la partecipazione di Gabriele Bosazzi della Pertan; la settimana successiva si è proseguito il giorno 7 in quel di Sona, con relatore l'Avv. Giovanni Adami vicepresidente dell'A.D.E.S., mentre venerdì 10 Febbraio a Santa Lucia (Piazza Martiri d'Istria, Fiume e Dalmazia) si è svolta l'annuale deposizione di una corona di fiori; infine si è concluso venerdì 17 Febbraio a Cerea, presso l'Auditorium comunale, con un altro convegno condotto dall'Avv. Giovanni Adami.

San GiovanniIl primo appuntamento è stato organizzato venerdì 3 febbraio a San Giovanni Lupatoto, tra i più importanti comuni del veronese, con oltre 20.000 abitanti. Davanti alla sala comunale gremita da oltre una cinquantina di persone, compreso il vicesindaco Giuseppe Stoppato, Gabriele Bosazzi ha tenuto una conferenza di circa un’ora intitolata “Le terre di là dall’acqua. Un popolo, una storia, una tragedia”, come di consueto con la proiezione di immagini, cartine e di un cinegiornale del 1947 che ha documentato l’esodo da Pola. Ancora una volta, in conclusione alla rievocazione storica, si è messo in evidenza il significato che assume per noi della Pertan il Giorno del Ricordo: la memoria non deve essere solo la sacrosanta commemorazione di coloro che hanno vissuto in prima persona il dramma del confine orientale ed un modo per far finalmente conoscere la storia della nostra gente; le odierne commemorazioni, bensì, devono soprattutto essere un punto di partenza per tenere in vita la cultura e la tradizione di un popolo che si è sparso nel mondo, un patrimonio di usanze, dialetti e piccole-grandi storie locali che sta rischiando l’estinzione, quale disastrosa conseguenza dell’esodo. Proprio per questo, oltre a ricordare e divulgare la storia in giro per l’Italia, la nostra naturale vocazione è recarci il più possibile in Istria. Anche in linea con questa finalità, diversi gruppi ed associazioni in tutta Italia organizzano proprio per il 10 febbraio la raccolta di libri per il progetto Fondo Pertan.

Al termine della conferenza, diversi dei presenti hanno rivolto delle domande ed espresso considerazioni, che sono state occasione di approfondimenti molto interessanti. Ancora una volta, nel veronese abbiamo trovato gente molto preparata, anche perché già protagonista in passato di iniziative relative a questi argomenti. MonteforteNel centro culturale di San Giovanni è stata anche allestita una mostra fotografica, realizzata dall’Associazione Fiamma Futura, dal Circolo librario “Ardente” e con la collaborazione della nostra associazione, che ha fornito le immagini d’epoca ed il testo che le accompagna; attraverso i vari pannelli, è stata delineata la storia della nostra regione sin dalle antichità, quindi il dramma delle foibe ed infine il doloroso esodo di istriani, fiumani e dalmati. L’esposizione, visitata da tanta gente nei giorni successivi, è stata lodevolmente concepita come mostra itinerante, che i veronesi riutilizzeranno e metteranno a disposizione per altri eventi.

Il giorno successivo, una simile conferenza è stata organizzata nel più piccolo comune di Monteforte d’Alpone, località di circa 8.500 abitanti affacciata sulla Val d’Alpone, al confine con la provincia di Vicenza. Mentre una sottile coltre di neve copriva case e strade, una cinquantina di persone sono venute ad ascoltare il racconto di una pagina dimenticata di storia italiana. Anche qui volti interessati e partecipi, a momenti increduli nell’apprendere certi dettagli sconcertanti e paradossali di quanto capitò alla nostra gente. Al termine, si è svolto un rinfresco a base di prodotti tipici e soprattutto del delizioso Soave prodotto nelle campagne circostanti; è stata l’occasione per chiacchierare ancora, per suggellare l’ottimo rapporto instaurato con gli amici di Fiamma futura. Dei giorni passati con questi ragazzi veronesi restano molte sensazioni positive, resta soprattutto l’aver toccato con mano l’impegno che essi impiegano nelle attività politiche, sociali e culturali cui danno vita, con buon volontà e passione, senza scopo di lucro.

Trieste

Il giorno 11 febbraio la Pertan ha partecipato alle celebrazioni svoltesi a Trieste ed organizzate dal locale Comitato 10 febbraio, presieduto da Daniele Mosetti. Significativamente, si è scelto quale Visita museoteatro dell’iniziativa il Civico Museo della Civiltà Istriana, Fiumana e Dalmata, importante realtà sorta dopo un lungo lavoro ed oggi gestita ed animata dall’Istituto Regionale per la Cultura Istriana fiumana e dalmata. Il direttore dell’IRCI Piero Delbello ha guidato il centinaio di persone intervenute attraverso la mostra realizzata al terzo piano, con l’utilizzo di una piccola parte delle masserizie degli esuli ancora custodite a Trieste, nonché delle immagini d’epoca più significative e toccanti. Per tutti i convenuti ma soprattutto per chi è arrivato da fuori Trieste, un prezioso contributo è arrivato dall’abilità espositiva dell’amico Piero ma soprattutto dalla sua capacità di trasmettere emozionalmente il dramma vissuto da tanti istriani, fiumani e dalmati. Per molti è stata anche la prima occasione per vedere all’interno il museo che si sta gradualmente evolvendo, dopo una gestazione molto lunga. L’importante struttura si articola su 4 piani, per 2.300 metri quadrati complessivi, in un elegante palazzo sorto tra ‘700 e ‘800 e conosciuto alcuni decenni fa come palazzo dell’ufficio igiene. Dopo diversi anni di lavori di ristrutturazione, eseguiti con soluzioni architettoniche moderne, la sede è stata inaugurata Foibanel 2009. Il risultato è stato possibile grazie alla collaborazione tra l’IRCI ed il Comune di Trieste, con il determinante contributo economico da parte della regione Friuli Venezia Giulia, del Ministero dell’economia, della Fondazione CRTrieste, della Federazione degli esuli e dell’Unione Italiana. Per avere un quadro completo delle finalità e dello spirito con il quale è stato concepito questo museo, si può consultare lo spazio dedicato sul sito dell’IRCI.

Uno degli angoli di maggior impatto emotivo è la ricostruzione simbolica della foiba, un cunicolo che precipita verticalmente dal terzo piano al pian terreno, la cui sezione è ricoperta da blocchi di pietra carsica, illuminata da una luce blu. Di fronte all’imboccatura della foiba, dopo l’introduzione di Daniele Mosetti, si è svolto un breve excursus storico da parte di Giorgio Rustia dell’Associazione Nazionale Congiunti dei Deportati italiani uccisi o scomparsi in Jugoslavia e di Gabriele Bosazzi della Pertan. I due si sono alternati nell’approfondire alcuni aspetti storici ed infine nel sottolineare come la commemorazione dei fatti di cui si parla in questi giorni può essere considerata di grande interesse attuale, vista la recente caduta dei confini materiali; questo epocale evento da un lato ha assunto rilevanza soprattutto economica, dall’altro è stato entusiasticamente salutato dalle celebrazioni ufficiali come un presunto superamento delle lacerazioni del passato, mentre in realtà i drammi patiti dalla nostra gente Corteo non sono ancora stati pienamente riconosciuti oltre confine. Per di più, si sta assistendo ad un intensificarsi dell’attività di chi nega, giustifica o minimizza il dramma delle foibe e dell’esodo, il che va esattamente in direzione contraria a quella serena visione della storia che tutti auspichiamo. Risulta pertanto fondamentale continuare ad animare il 10 febbraio con iniziative serie e concrete, tese a far conoscere con trasparenza e correttezza i fatti storici, tenendosi alla larga dai discorsi vuoti ed ipocriti che si sentono da molti esponenti politici, spesso più interessati ad autocelebrarsi ed assumersi dei meriti di fronte all’elettorato. Al termine della presentazione, ha avuto inizio il previsto corteo, che i promotori del Comitato 10 febbraio hanno deciso di confermare, nonostante la bora sferzante e la temperatura di vari gradi sotto lo zero. Un centinaio di coraggiosi, perlopiù giovani, ha quindi sfilato silenziosamente per le vie di Trieste, con tricolori e vessilli d'Istria di Fiume e di Dalmazia, senza alcun simbolo politico o partitico.

Salerno

Come si diceva, abbiamo instaurato una collaborazione con gruppi e persone di nuova conoscenza e di varie parti della penisola italiana. Tra questi l’associazione Raggio di Sole di Salerno, che il 10 febbraio ha dato vita ad un’iniziativa commemorativa condotta dallo storico triestino Giulio Cargnello e completata dalla testimonianza diretta di alcuni esuli oggi residenti in quella zona. Grazie all’iniziativa di Francesca Carrano dell’Associazione Raggio di Sole, pur non potendo essere fisicamente presenti, abbiamo fatto conoscere le nostre attività ed inviato un quantitativo dei nostri calendari da distribuire ai convenuti. Gli organizzatori di Salerno, per l’occasione, hanno promosso pubblicamente il Fondo Pertan, che ha suscitato interesse ed ottenuto un ottimo riscontro: sono stati infatti raccolti circa 400 testi, che verranno donati ad alcune Comunità Italiane d’Istria nelle prossime occasioni. Ancora una volta, si realizza quel nesso tra commemorazione del passato ed azione rivolta al futuro, per noi imprescindibile.

Piemonte d’Istria

Sempre in linea con questo principio, segnaliamo una delle iniziative più significative alla quale abbiamo partecipato, organizzata sabato 25 febbraio dalla Comunità di Piemonte, che aveva collaborato con noi nel 2011 in occasione dell’ultimo Fondo Pertan. Portando avanti una filosofia Giro Piemonteche non possiamo che condividere, l’associazione degli esuli da Piemonte ha voluto concretizzare le celebrazioni del Giorno del Ricordo nel loro luogo più naturale: in Istria. Un gruppetto composto da esponenti della Comunità di Piemonte, dell’Associazione delle Comunità Istriane, del Libero Comune di Pola in Esilio e del CDM di Trieste, cui poi si è aggiunto il presidente della Pertan Bibalo, ha risposto all’appello di Franco Biloslavo, ideatore ed organizzatore della giornata.

Il giro è iniziato con una tappa alla foiba di Martinesi, della quale abbiamo già parlato in relazione alla nostra visita del settembre scorso. Si è poi proseguito con un omaggio ai cimiteri di Sant’Andrea e di San Primo, entrambi vicini a Piemonte d’Istria. Nel primo, una delle tombe significative per i temi che trattiamo è quella che custodisce i 12 istriani croati che nel febbraio del 1949 furono selvaggiamente uccisi dalle guardie del regime di Tito, mentre cercavano di varcare clandestinamente il confine tra Jugoslavia e “zona B”, con il fine di raggiungere Trieste, allora amministrata dagli alleati. Il cimitero di San Primo, che si erge in posizione elevata sulla valle del Quieto e proteso verso la costa tra Torre e Cittanova, è il più antico camposanto di cui si serviva il paese. Anche qui si trovano ancora delle sepolture emblematiche dei fatti che si commemorano il 10 febbraio: quelle di due istriani (Aurelio Pincin di Piemonte e Armando Zubin di Berda o Collalto), anch’essi trucidati durante il tentativo di sconfinare clandestinamente; le autorità, come in molti altri casi, avevano precedentemente ostacolato la loro domanda di opzione per la cittadinanza italiana, impedendo quindi di andarsene regolarmente. Dopo la visita di altri luoghi significativi della campagna piemontese e dopo il pranzo in un pregevole agriturismo, la piccola comitiva ha raggiunto Piemonte, iniziando un giro del paese assieme al presidente del consiglio comunale di Grisignana Claudio Stocovaz, altra persona che avevamo già conosciuto ed apprezzato in settembre. Il momento culmine della giornata si è svolto presso il Centro Polifunzionale di Piemonte (ex scuola italiana), che già aveva ospitato la presentazione del XIII Fondo Pertan. Qui, dopo i ringraziamenti ed i discorsi introduttivi, è stato presentato il filmato intitolato “The abondoned town”, realizzato già nel ’97 dalla giovane regista polacca Magdalena Piekorz per una casa di produzione zagabrese, sulla base di una ricerca svolta da un giovane croato. Il documentario, già in passato premiato a rassegne cinematografiche italiane e croate, riporta Balador Piemonteimmagini di Piemonte d’Istria e soprattutto testimonianze dei suoi abitanti di oggi e di un tempo (in italiano o in dialetto, con sottotitoli in inglese e croato); questi testimoni sono stati scelti sia tra i pochissimi rimasti nel borgo, che tra i piemontesi esuli a Trieste. Dalle varie testimonianze è emerso palesemente il motivo per il quale una località tanto vitale si svuotò così clamorosamente, sino a diventare il paese fantasma dei giorni nostri: la politica fortemente repressiva ed intimidatoria da parte dell’apparato comunista di Tito. Un tanto è ancor più apprezzabile in quanto messo in evidenza da giovani non italiani, i quali dimostrano in tal modo che la tragedia del nostro popolo può anche essere riconosciuta oltre confine e da gente di altra nazionalità.

I successivi interventi di Claudio Stocovaz e Lorenzo Rovis hanno manifestato l’intento di far rivivere il paese ma anche, più in generale, di ricucire lo strappo tra esuli e rimasti, con il fine ultimo di lavorare assieme per preservare la nostra tradizione.

Portare il ricordo delle foibe e dell’esodo anche in Istria è sempre stato considerato una sorta di tabù; siamo invece concordi con chi ha organizzato questa significativa giornata istriana che sia ormai giunta l’ora di fare un gran passo avanti in tal senso; diversamente, i frequenti discorsi ufficiali sulla pacificazione e sul superamento delle ferite del passato, che spesso sentiamo da politici e rappresentanti di grandi associazioni, rimarrebbero vuoti cerimoniali di comodo. Oggi più che mai, gli amici di Piemonte e di Grisignana hanno dimostrato che “si può fare”.                            

XIV Fondo Pertan a Babici

Il 6 e 7 ottobre 2012 siamo finalmente tornati in terra istriana, luogo più naturale e significativo per le nostre iniziative. In questa occasione, abbiamo istituito il XIV Fondo Pertan nell’unica Comunità Italiana del Comune di Umago che ancora non avevamo visitato: quella di San Lorenzo - Babici. Si tratta di un’unica realtà che rappresenta i paesi di San Lorenzo, piccolo e grazioso borgo affacciato al mare e Babici, paesino di qualche chilometro più all’interno, che un tempo portava il nome di Vecchiuti. La sede della Comunità si trova al centro di quest’ultima località, accanto al campo sportivo.

Rappresentativa PertanQuesta volta, si è pensato di aprire il fine settimana con un’iniziativa nuova: lo svolgimento di una partita di calcio tra una nostra rappresentativa e la locale squadra dei “Veterani”. Diciamo subito che la nostra formazione era piuttosto “precaria”, raccolta un po’ a fatica, anche con elementi arrivati all’ultimo momento da lontano, raggiungendo il numero minimo di 11 giocatori, senza alcun cambio a disposizione. Segnaliamo il giocatore più giovane, Giovanni di soli 8 anni ed il più vecchio, l’onnipresente Nino di 54 anni. Viste le premesse, i timori di subire una batosta contro la squadra locale, decisamente più rodata ed allenata, erano abbastanza forti; ovviamente, lo spirito dell’evento era quello di offrire a giocatori e spettatori un’occasione di divertimento e di aggregazione, ma del resto, come noto a chiunque abbia giocato a pallone, una volta scesi in campo a nessuno piace perdere, né tantomeno fare una figuraccia. Nonostante il fiatone e l’affanno, quindi, l’impegno è stato massimo e, nello sbalordimento generale, siamo riusciti a chiudere il primo tempo in vantaggio per 3-1. Nella ripresa, come prevedibile, i più allenati avversari sono venuti fuori alla grande, ribaltando il risultato fino al 4-3 finale. Ad ogni modo, pur trattandosi di una partitella del tutto amichevole, piace sottolineare l’ottima figura fatta dalla rappresentativa della Pertan, con fatica, sudore e forza di volontà, anche pensando ad onorare al massimo il nostro Cristian il cui spirito, ci piace pensarlo, ci ha dato una bella spinta.

Coro BabiciDopo la partita ed un po’ di ristoro per i protagonisti, nell’attigua sede della Comunità ha avuto inizio la presentazione del XIV Fondo librario intitolato a Cristian Pertan. Dopo i saluti iniziali della presidente Roberta Grassi, si sono svolti dei brevi interventi di spiegazione sull’origine, la finalità e lo spirito di questa nostra collaudata iniziativa, che portiamo avanti ormai da 7 anni; si sono alternati al microfono Gabriele Bosazzi, Manoel Bibalo e Daniele Ponessa, responsabile della delegazione di ADEs di Monza Brianza. Va infatti sottolineato che in questa occasione, come già avvenuto in passato, circa una ventina di ragazzi lombardi dell’ADEs e dell’Associazione Lealtà e Azione (prevalentemente da Monza, Milano, Lecco e Magenta) si sono sobbarcati centinaia di chilometri per assistere all’iniziativa e soprattutto per vedere o rivedere la nostra splendida terra istriana. La loro presenza è stata ancor più significativa in quanto, tramite l’ADEs di Monza, i ragazzi hanno raccolto centinaia di libri destinati al Fondo Pertan, anche in occasione di alcune iniziative organizzate per il Giorno del Ricordo.

Complessivamente, abbiamo consegnato alla CI di San Lorenzo Babici 250 testi italiani di vario genere.

In seguito, si è lasciato spazio all’esibizione del coro della comunità, piacevole intermezzo che ci ha riportato sensazioni dell’Istria di una volta con varie canzoni popolari, alcune ben note anche nel resto della regione, altre più specifiche della zona, annunciate e simpaticamente introdotte in dialetto dal portavoce del gruppo corale.

PresentazioneProprio la musica ed il dialetto sono tra le massime espressioni della cultura di un luogo, intesa non come un freddo insieme di nozioni e conoscenze, non come prerogativa di un’elite di intellettuali, ma come autentica impronta popolare di una società, come testimonianza della vita, della mentalità e dei costumi di un popolo. Proprio per questo, abbiamo pensato di invitare, a completamento della presentazione del Fondo, la signora Luciana Melon, autrice del “Dizionario del dialetto umaghese”. Il lavoro è stato edito a fine 2011 dalla Famiglia umaghese, associazione degli esuli da questo Comune, della quale l’autrice fa parte. Si è sottolineato l’importanza di tener vivo un dialetto messo in serio pericolo dal massiccio esodo della popolazione autoctona, che si è sparsa e “polverizzata” per l’Italia e nel mondo ed è rimasta relegata a minoranza nel territorio d’origine; eppure, come rimarcato dall’autrice, il dialetto umaghese è oggi ancor vivo, seppur ridotto numericamente e modificato per la perdita di molti termini e l’influenza della componente slava oggi maggioritaria; un dialetto ancor parlato, paradossalmente più nelle campagne dell’umaghese che nel centro storico, un tempo suo principale insediamento, addirittura parlato anche da una parte della componente slava istriana. Pur nascendo senza pretese scientifiche, il dizionario si propone quindi il compito di trasmettere alle nuove generazioni molti vocaboli e modi di dire usati dai nostri nonni, anche ricordando le peculiarità linguistiche di questo dialetto di forte impronta veneta, che però conservava fino all’esodo numerosi aspetti “pre-veneti” di origine romanza. Un’altra contaminazione rilevante è quella del dialetto triestino, sia tra i molti esuli umaghesi che si sono trasferiti nel capoluogo giuliano, che tra i rimasti che comunque intrattengono rapporti sociali con essa.

Comunità BabiciNe è derivato un interessante dibattito animato da varie persone del pubblico, che hanno proposto osservazioni, idee ed esperienze personali. Pare importante sottolineare come negli ultimi decenni, sia stato soprattutto il Centro Ricerche Storiche di Rovigno a dare alle stampe alcuni dizionari, con il fine di tutelare l’esistenza dei dialetti di varie località (ad esempio per i dialetti rovignese, dignanese, capodistriano, buiese e polesano). Questa volta, invece, l’iniziativa è stata presa da un’associazione di esuli, il che dà l’idea della dovuta convergenza che dovrebbe caratterizzare le attività degli istriani di oggi, al di qua e al di là del confine.

Come ogni nostra iniziativa istriana che si rispetti, non è mancato il momento conviviale, con la cena gentilmente offerta dalla Comunità di Babici direttamente nella sede, che è stata occasione per passare qualche ora assieme, per chiacchierare fra nuove conoscenze o tra vecchi amici, finendo per intonare alcuni canti tradizionali della nostra terra. Tra una portata e l’altra, la serata è stata anche vivacizzata da Roberto Grassi, esponente di lunga data della CI, che si è esibito con un particolarissimo e bizzarro strumento a corda, assieme ad un giovane suonatore di fisarmonica, altro tipico strumento di accompagnato dei nostri canti tradizionali.

Lapide a SalvoreIl giorno successivo, ci siamo trovati a Umago, per proporre a chi non l’avesse mai vista una visita al centro storico, guidata da Roberto e dal nostro amico Daniele Fattor, di casa in questa zona. Nella tarda mattinata ci si è spostati nella penisola salvorina, per rendere omaggio alla lapide che ricorda i numerosi caduti del piroscafo San Marco. La storia di quell’imbarcazione che aveva accompagnato la vita di molti istriani fu stroncata il 9 settembre del 1944 da una pattuglia di aerei alleati, durante uno dei tanti scellerati bombardamenti che colpirono obiettivi con scarsa importanza strategica e militare, che causarono innumerevoli lutti e distruzioni alla popolazione civile, più che colpire truppe ed infrastrutture nemiche.

Il San Marco era un’imbarcazione di trasporto passeggeri che univa Umago e Trieste, attraverso Salvore, Pirano, Portorose ed Isola, usato quotidianamente da studenti che si recavano al ginnasio-liceo Combi di Capodistria, da uomini che andavano a lavorare a Trieste e donne che vi si recavano per vendere i loro prodotti agricoli. Quel mattino il San Marco era affollato come ogni giorno da oltre 200 civili; prese posto sull’imbarcazione anche un gruppetto di circa una ventina di militari tedeschi in trasferimento anch’essi nel capoluogo giuliano, il che costituisce il probabile motivo dell’attacco. Il relitto del San MarcoGli aerei alleati, dopo una prima incursione esplorativa, tornarono improvvisamente e sorpresero il piroscafo mentre stava uscendo dal piccolo porto di Salvore. Dopo alcune abbondanti raffiche di mitragliatrice, partirono diverse bombe, una delle quali colpì in pieno la sala macchine ed uccise sul colpo il comandante ed altre persone. La scena narrata dai testimoni e dai sopravvissuti fu terribile, con decine di corpi infuocati, persone che cercavano disperatamente scampo dalle fiamme gettandosi in mare, uomini e donne che nuotavano finiti dalle ultime criminali raffiche di mitragliatrice. Alla fine, si contarono circa 150 vittime, in larghissima parte civili. Da qualche anno, presso il porto di Salvore, una lapide, posta dal Comune di Umago ricorda il tragico fatto. Recentemente, sono stati pubblicati alcuni studi che hanno cercato di approfondire il motivo di un così spietato attacco; è emerso come i servizi informativi alleati avessero probabilmente appreso che le truppe germaniche stavano realizzando in zona un nuovo sofisticato sistema radar e che i soldati tedeschi si stavano trasferendo a Trieste proprio per essere formati sul suo funzionamento. Ad ogni modo, non cambiano le considerazioni che già in precedenza si facevano, in merito al fatto che qualcuno abbia scelto di sacrificare tantissime vite di civili, per colpire un piccolo gruppetto di militari, a prescindere dall’importanza strategica dell’incursione.

Daniele Fattor, che assieme a Gabriele Bosazzi ha spiegato ai presenti la dinamica del fatto, è stato uno dei promotori di queste targa in memoria delle vittime, riconoscimento che ha dovuto superare non pochi ostacoli, frapposti da chi, per ignoranza o cieca chiusura ideologica, la vedeva come una “lapide per i fascisti”. Negli ultimi anni, ad ogni modo, il Comune di Umago rende onore a quelle vittime innocenti, dando luogo ad una commemorazione in questo luogo nel mese di settembre.

Anche noi, in questo caso, abbiamo voluto rendere omaggio alle vittime e contribuire alla memoria, raccontando questa storia a chi è arrivato da lontano e ponendo ai piedi della lastra di marmo due corone di fiori.

Con quest’ultima iniziativa e dopo un ultimo pranzo nella zona, si è concluso il nostro ennesimo fine settimana istriano, che ancora una volta resterà nei ricordi per la partecipazione di molti amici arrivati da lontano, che ringraziamo, tra cui l’immancabile Lino arrivato dalla Liguria, Stefano di Latina ed i ragazzi di Lealtà e Azione dalla Lombardia, soddisfatti, assieme ai soliti “istro-triestini”, di aver trascorso altre ore tutti assieme, ancora una volta presenti, sulle strade dell’Istria.

   

 

 

2013: celebrazioni del Giorno del ricordo

Anche quest’anno, per quanto possibile, abbiamo messo a disposizione il nostro contributo alle celebrazioni del Giorno del Ricordo, in giro per l’Italia.

Verona

Locandina VeronaPer il terzo anno di fila siamo stati invitati a tenere delle conferenze nel veronese dagli amici di Progetto Nazionale Fiamma Futura, da sempre molto interessati e sensibili alla storia del confine orientale. Le due iniziative che hanno visto la nostra partecipazione si sono svolte l’8 febbraio a San Bonifacio ed il 9 a San Giovanni Lupatoto, due tra le più importanti località della provincia scaligera.

Quest’anno abbiamo voluto portare una novità, a dire il vero già adottata nel 2011 a Piacenza: la partecipazione attiva di Daniele Fattor, esponente dell’attuale comunità italiana d’oltre confine. Va sottolineato che il nostro amico Daniele è consigliere comunale a Umago nonché presidente della Commissione per la tutela dei diritti della minoranza italiana e non ha avuto esitazioni a presentarsi come tale, incurante dei timori che spesso condizionano i cosiddetti “rimasti”, nell’affrontare certi temi storici. Al suo fianco c’era il nostro Gabriele Bosazzi, ormai ospite usuale nel veronese.

Si è scelto di dare un taglio nuovo ed inusuale alle due conferenze, impostate sulla storia di Umago e di Rovigno, rispettivamente località di nascita e di residenza di Daniele e località di origine della famiglia di Gabriele. Partendo dalla descrizione attuale delle due cittadine, corredata da molte immagini odierne, si è andati a ritroso, fino a raccontare le storie di alcuni umaghesi e rovignesi vittime dei “compagni” fedeli a Tito; casi singoli che però sono molto rappresentativi di quanto vissuto da centinaia e centinaia di altri istriani. Per citare alcuni esempi, Fattor ha raccontato quanto si è potuto ricostruire della vicenda dei fratelli Ferdinando, Germano e Giovanni Gulin, titolari di un torchio, semplici ed onesti lavoratori che mai si erano occupati di politica; furono improvvisamente arrestati il 29 novembre del 1946 e non furono mai più visti dai loro cari, senza che in seguito si potesse trovare traccia di un processo o di una specifica accusa a loro carico. Un doveroso cenno è stato fatto anche alle vittime del piroscafo San Marco, la cui storia è stata già riportata su questo sito nel resoconto della cerimonia di ottobre del 2012; va detto che Daniele è stato uno dei fautori della lapide commemorativa di quelle vittime, posta dal Comune di Umago alcuni anni fa, dopo decenni di silenzio istituzionale. Gabriele ha invece portato ad esempio la vicenda di due rovignesi che si erano attivamente impegnati in politica, pur su fronti diametralmente opposti.

Giusppe TrombaIl primo caso è quello di Giuseppe Tromba, un fascista “puro” ed idealista, raccontato in maniera toccante dal figlio Francesco, nel suo libro “Pola cara, Istria, nostra terra, addio“. Il credo politico di Tromba non lo aveva mai spinto a compiere alcun delitto, come del resto confermato dal fatto che non si sia mai trovato traccia di specifiche accuse a suo carico, né tantomeno di un regolare processo; i partigiani (tutti rovignesi, come sottolineato dalla testimonianza del figlio) lo strapparono ai suoi cari nel settembre del 1943, nel periodo che vide i seguaci di Tito prendere il sopravvento in Istria dopo la disfatta delle istituzioni italiane. L’esempio opposto, estremamente indicativo dei sistemi titoisti, è stato quello di Antonio Budicin, autore di un prezioso memoriale recentemente riedito a cura dell’IRCI dopo un buon lavoro di studio ed approfondimento da parte di un gruppo di studenti toscani. Budicin era un comunista di sicura fede, tanto da aver subito vari anni di carcere e di confino durante il ventennio, per l’attività politica clandestina svolta assieme a svariati concittadini; al termine del secondo conflitto mondiale, Antonio rientrò a Rovigno ormai governata dai filo-jugoslavi e proprio per la sua fama ricevette un incarico nell’ambito del Comitato Popolare di Liberazione dell’Istria, ma si accorse ben presto di essere mal visto da molti. Il Budicin, infatti, racconta che la sua idea per il futuro dell’Istria era l’istituzione di una regione dotata di ampie autonomie amministrative, anche dovuta alla tutela delle minoranze, ma sempre compresa nell’ambito politico dell’Italia; a questo proposito, nel memoriale egli afferma: “Nel Antonio Budicinsostenere queste tesi, non mi rendevo conto d’essere solo e quindi, per questa ragione, destinato alla foiba”. Per di più, in occasione delle elezioni farsa indette a Rovigno, egli cercò di candidare una sua lista autonoma, l’unica estranea al Partito Comunista Croato. Nel giro di un breve periodo, il Budicin fu vittima di un pesante attentato fisico da parte di ignoti e poco tempo dopo fu platealmente arrestato durante una riunione e pubblicamente processato quale “nemico del popolo”. Il vecchio militante, tramite una persona di fiducia, cercò di riferire ai vertici del PCI a Roma quanto stava accadendo a lui e quanto stavano subendo molti altri in Istria, ma Palmiro Togliatti non si fece ricevere e nessun altro gli diede ascolto. Dopo un periodo di prigionia, grazie ad un medico italiano, riuscì a fuggire ed a riparare a Pola, in quel periodo sotto controllo alleato, quindi a Trieste. Deluso e sfiduciato, giunse ad affermare che “forse avevano ragione gli Slavi: se il regime vigente nella mia terra era un regime comunista, io non sono stato mai comunista, pur avendo creduto d’esserlo”. Pochi anni dopo, pur avendo tagliato i ponti con il partito, Budicin si trovò per caso nella sede romana del PCI e provò a farsi ricevere da un esponente di spicco a livello nazionale, ma quest’ultimo lo trattò praticamente da traditore e minacciò di farlo estradare in Jugoslavia. Infine, non vedendo un futuro in Italia, Antonio emigrò in Argentina.

Giuseppe BudicinSi è parlato anche della figura di Giuseppe Budicin, fratello minore di Antonio, che durante la guerra era divenuto il maggior esponente del comunismo rovignese; Pino fu catturato da una pattuglia della Milizia Difesa Territoriale nel febbraio del 1944 e fucilato su una riva di Rovigno per decisione del comandante della guarnigione tedesca, assieme al compagno emiliano Augusto Ferri. Egli divenne il principale “eroe popolare” degli Italiani d’Istria di fede comunista, tanto che gli fu intitolato il battaglione partigiano composto da italiani; ancora oggi Pino Budicin è una figura quasi mitica a Rovigno, dove gli è dedicata la tradizionale Riva Sottomuro e dove vi sono diverse targhe commemorative che lo ricordano; tuttavia, diversi storici autorevoli hanno evidenziato le circostanze più o meno dubbie della sua cattura, alle quali si aggiunge il fatto che anche lui era entrato in attrito con alcuni esponenti del Partito Comunista Croato, dopo aver protestato (secondo alcuni) per gli infoibamenti del 1943 e per il carattere nazionalista che stava assumendo il movimento partigiano slavo, sempre più spinto alle ben note mire territoriali. Secondo quanto riportato dal memoriale Budicin e da altre testimonianze, Pino Budicin e Ferri si trovavano rintanati in un casolare di campagna, quando furono raggiunti da un partigiano croato che li rimproverò aspramente, esortandoli a raggiungere un determinato luogo dove si stavano svolgendo dei combattimenti con i fascisti; raggiunto il luogo indicato, non trovarono alcun combattimento e nessun partigiano, ma solo una pattuglia della Milizia in normale pattugliamento, che li catturò dopo una breve sparatoria.

Ancora una volta deve andare un plauso ed un ringraziamento agli amici veronesi, che si sono prodigati per realizzare e dare il maggior risalto possibile a queste iniziative, che hanno avuto un buon riscontro di partecipanti proprio grazie al loro attivismo, che non si è lasciato affievolire dai concomitanti impegni di campagna elettorale, come avvenuto altrove.

Treviso

Locandina TrevisoSabato 9 febbraio siamo stati presenti anche nella città di Treviso, invitati dall’Associazione Culturale Free Derry; presso la sede dell’Associazione, davanti a oltre una cinquantina di intervenuti, in buona parte giovani, si sono alternati al microfono il presidente della Pertan Manoel Bibalo ed il vicepresidente dell’ADEs Giovanni Adami, che hanno fornito ai presenti un sunto della storia della sponda orientale dell’Adriatico. Dapprima Bibalo ha proposto un excursus sulla storia della regione sin dalle antichità, soffermandosi sui secoli di presenza romana, su quelli di dominazione veneziana e sui segni indelebili che queste fasi storiche hanno lasciato, in parte ancora visibili; sono stati poi trattati con attenzione i vari aspetti dei rapporti tra la civiltà latina e quella slava, sin dal loro incontro, con l’arrivo dei primi slavi in riva all’Adriatico al seguito degli Avari; sono poi state affrontate le prime tensioni nazionali, sorte durante la dominazione austriaca. In seguito, Giovanni Adami ha  invece ripercorso il tragico periodo del secondo conflitto mondiale, trattando il tema della delle foibe, sino ad arrivare al doloroso esodo della nostra gente.

Venerdì 8 febbraio siamo stati invece rappresentati dal nostro collaboratore ed amico Stefano Ingarao Venier, che assieme ad altri addetti ai lavori, presso l’I.C. “Matteotti” di Aprilia, ha presentato la storia delle nostre terre agli studenti di terza media e di un paio di classi di scuola superiore; per motivi di capienza della sala, l’iniziativa è stata suddivisa in due conferenze, per dar modo a tutti gli studenti di assistere. Come ben noto, la trattazione di questi temi nelle scuole rimane un punto dolente, nonostante i lievi miglioramenti registrati dopo l’istituzione del Giorno del Ricordo e gli sforzi profusi da tanti per sensibilizzare insegnanti e presidi. In questo caso, è bene sottolineare che i ragazzi si sono dimostrati molto attenti ed interessati.

Dopo i saluti della professoressa e consigliere comunale Patricia Renzi ed il benvenuto della preside, che ha anche speso qualche parola sul tema del confine orientale, la prima conferenza è iniziata con la proiezione del dvd "L'altra Storia", molto adatto per le scuole, in quanto tende a stemperare il clima austero e serioso che i ragazzi si aspettano da una conferenza storica e che d'altra parte racchiude in sé tutti i temi che è opportuno affrontare. Dopo la proiezione del cortometraggio ha preso la parola Stefano Ingarao Venier, che ha compiuto una panoramica di tutti gli argomenti che poco dopo sono stati trattati con i relatori presenti. Sono stati quindi introdotti i temi del silenzio in merito all'esodo ed alle foibe con tutte le vicende connesse, della continua disinformazione, sempre facendo riferimento ai personaggi ed alle situazioni richiamati dal cortometraggio. Hanno quindi preso la parola dapprima il Presidente del Comitato 10 Febbraio Michele Pigliucci, che ha spiegato ai ragazzi come e perché bisogna ricordare, poi è stata la volta di Vincenzo Maria De Luca, studioso autore di diversi libri sulla materia, il quale, oltre a riportare precisi riferimenti storici, ha spronato i ragazzi a "conoscere" la storia non solo dai mezzi usuali che si trovano nelle normali librerie del centro, ma di cercare nei posti che sembrano meno frequentati, meno "conformi", perché spesso è quello il posto giusto per trovare le verità storiche. A questo punto gli organizzatori hanno programmato una pausa rispetto alle vicende del confine orientale, passando a quelle del fronte russo, visto che l'UNIRR era come sempre presente all’iniziativa per il Giorno del Ricordo. Dopo i saluti dei rappresentanti dell'associazione, si è svolta la testimonianza di un reduce di 91 anni, il quale ha proposto vari interessanti racconti della sua esperienza. La conferenza, si è chiusa con l'intervento di Ottavio Sicconi, esule da Parenzo, che ha potuto ricollegarsi al video visto inizialmente, in quanto ex alunno di Norma Cossetto. Alla fine dell’evento, si è percepita la soddisfazione di insegnati ed alunni, molti dei quali hanno ricevuto copia del cortometraggio.

Nella seconda conferenza, gestita dalla professoressa Renzi, ha avuto molto più spazio la testimonianza dell'esule Sicconi, dopo un breve intervento di Stefano e degli altri relatori; è stato anche proiettato un pregevole video fatto dai ragazzi, in pratica una raccolta di spezzoni di filmati e foto sull’argomento, frutto di una ricerca fatta su internet, lavoro molto ben fatto e meritevole; altrettanto meritevoli i disegni che sono stati appesi ai muri, o il "lavoretto" in cartone che raffigurava una foiba, oltre a due splendide poesie recitate dai ragazzi. A proposito di versi, é da sottolineare l'intervento della poetessa Anna Maria Amori.

Ricordo in Istria

UmagoAnche quest’anno, qualcuno ha doverosamente cercato di scavalcare un muro apparentemente ancora invalicabile: portare in qualche modo le celebrazioni del Giorno del Ricordo in Istria, dove commemorare le vittime del regime di Tito pare ancora essere un tabù. Ancora una volta il promotore dell’iniziativa è stato Franco Biloslavo, presidente della Comunità degli esuli da Piemonte d’Istria, da molto tempo impegnato nel tentativo di portare le iniziative delle associazioni degli esuli nel territorio di origine. La commemorazione è stata organizzata senza clamori, “al di fuori da qualsiasi ufficialità” e “al di fuori dell’appartenenza di associazioni o categorie”, ma soprattutto senza l’utilizzo di alcun simbolo, vessillo o altro elemento distintivo, come sottolineato alla vigilia proprio per evitare l’accusa di aver  dato vita ad una manifestazione non autorizzata o problemi di qualsiasi altro tipo. La prima tappa si è svolta ad Umago, dove sono stati ricordati i già citati fratelli Gulin, affidando al mare una corona di fiori, lanciata dalla diga foranea che si stacca dall’estremità della penisola umaghese a protezione del porto. Il tutto è avvenuto alla presenza di alcuni parenti dei tre, del già citato Daniele Fattor e di alcuni esuli, intervenuti in forma privata; le poche parole dette dai familiari hanno sottolineato che in questo ricordo “non c’è stata rabbia, ma solo dolore e amarezza per quelle vittime che gli umaghesi rimasti ricordano ancora oggi come innocenti”. Per la seconda parte dell’iniziativa, il gruppetto si è spostato a Piemonte, dove sono stati commemorati Armando Zubin e Aurelio Pincin, istriani della zona che furono trucidati nel 1948, il che ricorda il fatto che gli eccidi continuarono ben oltre l’immediato dopoguerra. I due stavano tentando di passare clandestinamente il vicino confine tra Jugoslavia e Zona B del TLT, nel tentativo di raggiungere la Zona A occupata dagli anglo-americani; in precedenza, come accadeva in molti casi, le autorità jugoslave avevano pretestuosamente respinto la loro domanda di opzione per la cittadinanza italiana.

Nonostante la relativa discrezione con la quale la giornata è stata organizzata, alcuni organi di stampa ne hanno dato notizia, tra cui La Voce del Popolo di Fiume; c’è da augurarsi che questo sia un buon segnale, verso la lunga e tortuosa strada che porta al pur tardivo riconoscimento di questi fatti storici anche di là dal confine.

Se dobbiamo stilare un bilancio delle celebrazioni a livello nazionale, bisogna dire che il riscontro mediatico è stato abbastanza sconfortante. Pochi telegiornali o trasmissioni hanno infatti parlato della ricorrenza e quasi nessuno vi ha dedicato un adeguato spazio. Per di più un telegiornale locale, quasi l’unico a dedicare un servizio di buona qualità alla cerimonia tenutasi alla foiba di Basovizza, è incappato in una clamorosa svista, affermando che con il trattato di pace del 1947 l’Istria, Fiume e Zara furono “rese” alla Jugoslavia. Una simile affermazione induce evidentemente i molti ancora disinformati a credere che la Jugoslavia si sia quindi ripresa qualcosa che già legittimamente le apparteneva e che quindi l’Italia, in fondo, nel ’47 abbia restituito il “maltolto”. Rilevare un tanto non è certo una pignoleria o una mania di essere sempre critici, ma significa reclamare una corretta informazione, anche perché simili clamorosi strafalcioni sono veramente dannosi nel contesto di assoluta disinformazione rispetto a questi fatti storici, soprattutto con riguardo ai più giovani.

Per il resto, va detto che si è riscontrato, come gli anni scorsi, un buon numero di conferenze, presentazioni ed eventi vari a livello locale, spesso relegati dai mezzi di informazione ad un trafiletto interno nella carta stampata locale. Nella maggior parte dei casi, le commemorazioni del 10 febbraio sono organizzate da associazioni degli esuli e quindi da istriani fiumani e dalmati o loro discendenti, ma anche da movimenti politici ed associazioni culturali di una certa area politica. Seppure sia più che giusto che la memoria delle foibe e dell’esodo siano il più possibile svincolati dalla politica e soprattutto dai partiti, va però riconosciuto che per decenni, prima dell’istituzione del 10 febbraio, le varie formazioni di destra sono state praticamente le uniche, nel panorama politico e culturale italiano, a ricordarsi delle genti istriane, fiumane e dalmate e delle loro sofferenze. Qualcuno obbietta che la storia sia stata in tal modo strumentalizzata o utilizzata per accaparrarsi voti; in qualche caso ciò può essere vero, in altri casi no, visto che abbiamo constatato personalmente che tanti continuano ancor oggi ad impegnarsi nelle celebrazioni con assoluto disinteresse e per puro idealismo. Che sia stato per fini politici o no, in ogni caso, va dato atto che molti hanno attivamente ricordato, anche negli anni caldi in cui certi argomenti erano addirittura pericolosi, lo hanno fatto con attivismo e coraggio, incuranti delle accuse di “revisionismo” che faziosamente ricevevano da parti politiche e sociali ben più ampie di quegli sparuti gruppetti che oggi chiamiamo “negazionisti”; tutto questo mentre i grandi partiti o gruppi egemoni della cultura e dell’informazione contribuivano alla congiura del silenzio, si ostinavano deliberatamente a tenere chiuso lo scrigno della storia.

 

 

 

 

 

 
 

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