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martedì 26 settembre 2017
 
 

2014-15

 
 

Celebrazioni del Giorno del ricordo a Verona e provincia

Anche quest'anno abbiamo cercato di portare il nostro modesto contributo alla memoria, in occasione del Giorno del Ricordo. Lo abbiamo fatto ancora una volta nel veronese, su invito dei giovani volontari di Progetto Nazionale, sempre molto sensibili alla storia del confine orientale e da anni particolarmente attivi nell'organizzare iniziative sul vasto territorio della provincia scaligera. Un primo evento si è svolto la sera del giorno 6 febbraio a Cerea, presso la biblioteca comunale “Bruno Bresciani”, con la partecipazione di Gabriele Bosazzi e dell'esule da Pola Lino Vivoda, ormai un prezioso amico della nostra associazione. L'incontro si è aperto con i saluti del referente della biblioteca, l'introduzione del consigliere comunale di Progetto Nazionale Simone Ferrari e con un intervento di Gabriele Bosazzi, che ha proposto alcune considerazioni ed alcuni spunti sulla complessa storia del confine orientale d'Italia. Il rappresentatnte della Pertan ha poi introdotto Lino Vivoda, spiegando la fortuna di avere a disposizione un testimone diretto di molti dei fatti commemorati il 10 febbraio, ma nel contempo anche uno studioso che ha saputo contestualizzarli ed approfondirli con ricerche personali, nonché ancor oggi un infaticabile divulgatore. Vivoda ha presentato il suo ultimo libro “In Istria prima dell'esodo”, lavoro che ben si presta ad essere presentato in queste occasioni, in quanto, attraverso gli occhi dell’autore, narra efficacemente la maggior parte degli eventi più dolorosi di quei tragici anni, dai bombardamenti su Pola allo sfacelo dell’8 settembre, dalle prime foibe al cruento arrivo dei tedeschi, dalla prima occupazione jugoslava di Pola alle lotte per l’italianità della città, per finire con la strage di Vergarolla e con l’esodo. Ma una parte fondamentale del racconto, quella che un po’ ha stupito i presenti, è stata quella che ha descritto le prime accoglienze che gli esuli polesani trovarono in Patria, dopo l’esperienza già traumatica del distacco definitivo dalla loro città; un’accoglienza che lasciò sgomenti quegli esuli, prevalentemente composti da famiglie di umile o media estrazione. Come a noi ben noto, essi furono accolti da insulti e bandiere rosse ad Ancona e fu loro impedito di fermarsi alla stazione di Bologna per consumare il frugale ristoro che era stato preparato; è stato anche raccontato il tentativo di identificarli con le impronte digitali, da parte di un funzionario di polizia, nonché degli anni di vita precaria nei campi profughi, spesso circondati da diffidenza e dall’ostilità da parte dei cittadini più ideologizzati; va detto però che, al di là di tutto questo, ci furono anche molti casi di solidarietà e vicinanza, soprattutto da parte del personale della Marina, oltre che di tanta gente comune. L'esule polesano ha piacevolmente offerto ai presenti uno spaccato della storia senza mai lasciar trasparire odio o rancore, anzi concludendo con un sentimento di sollievo, dato dal fatto che la “comune casa europea” gli sta dando la possibilità di tornare a casa, nella sua Pola, senza più dover varcare dei rigidi confini.

La mattina dell'8 febbraio Bosazzi e Vivoda hanno tenuto una trattazione storica presso l'auditorium della scuola media Marconi di Sangiovanni Lupatoto, sempre su organizzazione dei ragazzi di Progetto Nazionale. Davanti a circa 150 studenti e una decina di professori, anche provenienti da località limitrofe, l’approfondimento è stato introdotto dal vicesindaco ed assessore all'Istruzione Daniele Turella e dalla vicepreside Mirka Maggio, che hanno ricordato l’attenzione dell’Amministrazione comunale e della scuola per tutti i principali eventi della storia d’Italia, ribadendo la necessità di informare i giovani anche sulle vicende del confine orientale, non così lontano da queste zone. La mattinata è iniziata con un excursus storico di Gabriele Bosazzi, che partendo dalle radici latine e venete della nostra storia, è arrivato ai tragici giorni delle foibe e dell’esodo, aiutando la spiegazione con immagini d’epoca, cartine e documenti, per concludere con la proiezione del filmato “Pola addio” del 1947.

Ha quindi preso la parola Lino Vivoda, che ancora una volta ha raccontato la sua esperienza di vita in Istria, prima durante e dopo la guerra, illustrando anche i risultati dei suoi studi successivi. Uno dei concetti più importanti su cui Lino si è soffermato è l’appartenenza culturale e politica dell’Istria alla regione italiana, sin dai tempi dell’antica Roma. Partendo dalla considerazione che troppo spesso si sentono guide turistiche croate o slovene, a volte riprese da quelle italiane, affermare che nel 1945 la penisola istriana è “tornata alla madre patria”; a questo proposito, si è sottolineato che anche dopo la caduta di Roma e compresi i periodi di dominio barbarico, l’Istria è stata sempre considerata come regione italica, come testimoniato dalle citazioni di storici, geografi e letterati di epoca antica, puntualmente riportate da Vivoda. Anche in questo caso, Lino ha concluso in toni positivi, invitando gli studenti ad apprezzare la fortuna di essere nati e cresciuti in un periodo di pace e stabilità, il che non deve però far cadere nel silenzio ciò che accadde alla nostra gente, poco più di mezzo secolo fa.

Si è trattato di circa 2 ore di trattazione storica intensa ma resa scorrevole ed efficace dalla proiezione di immagini e filmati, ma soprattutto avvincente e piacevole per la spontaneità e semplicità di dialogo di Lino Vivoda; gli studenti sono apparsi quindi in buona parte attenti ed interessati, il che fa ben sperare di poter arrivare, in futuro, ad una maggior consapevolezza su tutti gli aspetti della storia italiana, compresi quelli un tempo ritenuti scomodi e nascosti dietro una coltrina di colpevole oblio.

 

 

A Cittanova d’Istria il XV Fondo Pertan ed il convegno “Italiani oltre i confini”

           

Il 5 e 6 aprile a Cittanova l’attività della Pertan ha conosciuto uno dei momenti più significativi, per la partecipazione di importanti associazioni del mondo istriano ma soprattutto per l’argomento trattato. Oltre a inaugurare un nuovo Fondo Pertan (il quindicesimo) si è voluto dar vita ad un corposo convegno, intitolato “Italiani oltre i confini”.

Il lungo pomeriggio è iniziato con una visita a Cittanova che, come si è ricordato ai presenti, fino al XVIII secolo era un’isola, poi unita alla terra ferma con l’interramento del canale che correva all’incirca lungo l’attuale via Venezia; si è poi evidenziato come la cittadina presenti ancora l’impronta urbanistica di uso romano, con due vie principali che si incontrano al centro formando una sorta di croce (il decumano ed il cardo, qui corrispondenti alla Contrada delle porte ed alla Contrada grande) ed un reticolo di calli più strette parallele alle due principali. Una delle parti più spettacolari di Cittanova è costituita dalla sua cinta muraria, certamente la più estesa e ben conservata oggi ammirabile nella regione, tra le cittadine affacciate al mare. Molto interessante è stata anche la visita al Duomo ed al museo lapidario adiacente. La chiesa parrocchiale, dedicata a San Pelagio, è stata presentata dal parroco di Cittanova, che ha fornito alcune notizie storiche sulla sua edificazione e sulle opere d’arte ivi custodite. La parte più interessante è stata la visita della cripta, l’unica di questo genere ancora esistente in Istria, che custodisce il sarcofago con i resti di San Pelagio. A fianco del Duomo, è stato istituito qualche anno fa un museo lapidario, che custodisce diversi frammenti con epigrafi di epoca romana, ritrovati nei secoli scorsi in varie località della zona. In più, nello stesso spazio espositivo, è stata allestita una ricca mostra di cartoline d’epoca (XIX e XX secolo) che immortalano molte località istriane e la loro gente; le cartoline di quei tempi, qui esposte in notevole quantità e varietà, costituiscono indubbiamente una preziosa testimonianza storica e sociale di un’Istria che non c’è più. 

Rientrati nella sede della CI, si è dato il via alle iniziative previste, con i saluti di benvenuto della presidente della Comunità Paola Legovich Hrobat e del nostro presidente Manoel Bibalo, che ha brevemente presentato l’associazione e le sue attività. E’ stato quindi inaugurato il XV Fondo librario Pertan. In quest’occasione, la donazione è stata più limitata del solito, con circa 150 testi, d’accordo con la Comunità locale che è già dotata di una biblioteca ben fornita.

A seguire, si è dato inizio all’evento più innovativo di questa giornata, il convegno “Italiani oltre i confini”, forse il primo esplicitamente dedicato al sentimento di italianità tenutosi in Istria, da tanti anni a questa parte.

             

L'apertura è stata effettuata da Gabriele Bosazzi, che ha spiegato com'è nato questo convegno. L'idea di un incontro pubblico su un simile argomento è sorta nel difficile contesto che oggi viviamo, nel quale il sentimento nazionale viene incrinato dal momento drammatico che sta attraversando il nostro paese, dal punto di vista economico e sociale, soprattutto nell'animo di coloro che non sanno scindere il concetto di Patria da quello di governo, che non sanno separare le nefandezze della classe politica dall'italianità in senso culturale e identitario; a causa di tutto ciò, sempre più persone affermano di vergognarsi di essere italiani, o addirittura di non sentirsi affatto italiani. Chi, come noi, continua nonostante tutto a sentire un senso di appartenenza alla nostra nazione finisce spesso per chiedersi "cosa significa, oggi, sentirsi italiani"; è quindi emersa la voglia di confrontarsi su questo tema con chi porta avanti la cultura italiana nel particolare contesto dell'ex confine orientale d'Italia, sia nell'ambiente degli esuli che in quello delle Comunità italiane d'oltre confine. L'ipotesi di affrontare l'argomento proprio in questa località istriana è scaturita in maniera apparentemente banale, sentendo l'intervista del cittanovese Giovanni Cernogoraz, che dopo aver vinto l'oro alle olimpiadi di Londra, nel 2012, ha risposto alle domande dei giornalisti servendosi dell'interprete italiano, anziché attendere quello croato. La cosa ha spiazzato i giornalisti italiani, che hanno così ben rappresentato la persistente inconsapevolezza da parte della maggioranza degli italiani in merito a queste terre. Il fresco campione olimpico ha quindi dovuto spiegare che a casa sua si parla l'italiano ed il dialetto istro-veneto, ma soprattutto ha affermato di sentirsi italiano. Una dichiarazione genuina, spontanea, priva di malizia o di retropensieri politico-ideologici, che ha espresso con grande semplicità quel che noi chiamiamo senso di appartenenza. Oggi, come ben noto, si stanno espandendo con inedita forza ed in diverse regioni dei movimenti che cavalcano la crisi e pretenderebbero di dividere la nazione, che in varie epoche è stata costruita e difesa tanto faticosamente ed al prezzo di enormi sacrifici. Se quindi, in questo oscuro periodo e di fronte a comportamenti scellerati di alcuni politici connazionali, capita spesso di chiedersi cosa veramente significhi essere italiani, la risposta, ha affermato Bosazzi dal suo punto di vista, ogni tanto viene naturalmente a galla: si può riuscire a cogliere il senso di appartenenza alla Patria, ad esempio, di fronte a italiani che non hanno alcuna origine giuliano dalmata, ma che ogni anno, in occasione del 10 febbraio, si adoperano con impegno e senza secondi fini per divulgare la nostra storia; oppure di fronte a italiani come Lino Vivoda, che dopo tanti anni dal suo esodo da Pola si sobbarca spesso parecchi chilometri per tornare a casa sua, in Istria, partecipando a parecchie iniziative; o di fronte ad alcuni rappresentanti dei cosiddetti “rimasti”, che continuano a tramandare la cultura italiana di questi luoghi, anche ad esempio insegnando ai bambini il dialetto e i canti popolari della nostra tradizione. Anche questo vuol dire essere italiani.

In questo modo è sorta l'idea di ascoltare dalla viva voce di alcuni italiani d'Istria che abbiamo conosciuto in questi anni di attività (sia nell'ambiente degli esuli che dei rimasti) il loro punto di vista su cosa voglia dire sentirsi italiani. 

Bosazzi ha quindi ceduto la parola ai primi invitati.

Fabrizio Somma, Presidente Università Popolare di Trieste:

Il presidente dell’Università Popolare ha aperto il convegno sottolineando che, per la realtà da lui rappresentata, si è trattato di un’esperienza nuova ed eccezionale, in quanto l’iniziativa è nata spontaneamente dalla nostra associazione e dalla Comunità di Cittanova, senza una regia dell’UPT, coinvolta relativamente tardi nell’organizzazione. L’idea di un convegno su questo tema è stata giudicata valida, in quanto “laboratorio di italianità” (riprendendo la definizione della presidente Paola Legovich) come ricerca di una condivisione e di una comunità di intenti tra diverse anime della nostra cultura, associative o meno. Somma ha anche ricordato l’importanza del lavoro recentemente portato avanti da Simone Cristicchi, non solo nel veicolare la memoria storica in tutta Italia, ma anche e soprattutto portando oltre confine il ricordo di eventi laceranti, che per decenni hanno diviso la nostra gente ed in parte continuano a farlo; va ricordato che l’Università Popolare attivamente contribuito a portare Magazzino 18 in diverse località d'Istria.

Maurizio Tremul, Presidente Giunta Esecutiva Unione Italiana:

Il presidente della Giunta Esecutiva dell’U.I. ha esordito rilevando la particolarità del periodo storico che viviamo, nel quale sorgono ovunque movimenti indipendentisti che ritengono di non sentirsi più rappresentati dalla loro nazione di appartenenza. In questa terra di confine, inoltre, si continua a vivere nel ricordo spesso divisorio dei drammi del passato, dei dolori provocati dai due regimi dittatoriali che per circa 70 anni hanno governato l’Istria, il fascismo prima, il “comunismo revanscista” poi, che hanno determinato il rapido esodo di buona parte della popolazione e l’impoverimento di una cultura che era presente sul territorio da circa due millenni. Eppure, ha affermato Tremul, se è vero che gli esuli hanno fatto la loro scelta per rimanere italiani, anche chi è rimasto è riuscito a rimanere italiano. Gli esuli ed i rimasti, pur nelle differenti situazioni in cui si sono trovati, sono stati accumunati dalla sorte di trovarsi, di colpo, stranieri in casa propria, chi nella Madre Patria che spesso non li accolse degnamente, chi nella terra natia che cambiò rapidamente fisionomia sociale, etnica e culturale. Purtroppo, ha affermato Tremul, in Istria ci sono ancora le piazze dedicate a Tito; tuttavia, la situazione è cambiata, si può oggi manifestare e coltivare senza timori la propria appartenenza culturale e se oggi ancora è applicato il bilinguismo e si continua a parlare l’italiano, poco o tanto a seconda delle zone, lo si deve anche a chi rimase, per scelta o per costrizione. Il presidente ha ricordato la funzione delle scuole nelle quali, se anche parte degli iscritti non fa parte del gruppo etnico italiano, si continua a diffondere in maniera decisiva la lingua e la cultura italiana. La situazione è certo molto diversa da quella precedente all’esodo: gli attuali italiani d’Istria sono bilingui, spesso figli di diverse culture per l’ampia diffusione dei matrimoni misti, ma continuano ad alimentare la cultura italiana in queste terre. Tremul ha concluso che bisogna oggi raccogliere le forze che vogliono guardare avanti, che sono disposte a trovare punti d’accordo e guadagnarsi assieme il proprio futuro.

Lino Vivoda, Libero Comune di Pola in Esilio:

L'amico Lino ha come sempre rappresentato un valore aggiunto all’evento, portando una testimonianza preziosa, vivace e significativa, intensa e coinvolgente. Il suo orgoglioso presentarsi quale esule da Pola ha aperto un racconto breve ma articolato su diversi aspetti ed avvenimenti da lui vissuti: l'arrivo dei tedeschi a Gallignana nel '43, i bombardamenti tedeschi su Pisino e quelli alleati su Pola, l'eccidio di Vergarolla, le grandi manifestazioni per l'italianità di Pola, la partenza a bordo del Toscana e le prime delusioni in Madre Patria. Noi istriani, ha sottolineato Lino, figli di una terra di confine, avevamo un sentimento di italianità ancor più forte che altrove, mentre partivamo vedevamo l'Italia come la Madonna, ma in seguito quella stessa Italia si sarebbe rivelata matrigna, a partire dal vergognoso sciopero dei ferrovieri comunisti di Bologna che impedirono agli esuli di ricevere un ristoro, fino ai funzionari che volevano prendere le impronte digitali ai polesani, senza dimenticare gli svariati anni di vita precaria nei campi profughi. Eppure, ha sottolineato Vivoda, nessuno si è mai pentito della propria scelta, che era stata frutto delle proprie radici, della propria identità, di un senso di italianità che è servito anche a tenere uniti gli esuli in quegli anni molto difficili. Oggi, ha sottolineato Vivoda, l'Italia si colloca in quest'Europa “balorda” dal punto di vista politico-economico, che però ha il merito di aver abbattuto i confini e di aver permesso agli esuli come lui di tornare più liberamente a casa, partecipare a molte iniziative e sentirsi istriano tra istriani, naturalmente italiano. Lino ha infine ribadito orgogliosamente di essere stato il primo polesano a promuovere la riunione tra esuli e rimasti, attirandosi accuse di “tradimento” in tempi non ancora maturi; oggi, con gli esuli da Pola che da diversi anni si ritrovano nella città natale, il percorso può dirsi finalmente compiuto.

Arianna Brajko, Comunità Italiani di Momiano:

Una delle testimonianze di maggiore attualità ed intensità è stata quella di Arianna, da diversi anni presidente della CI di Momiano e da poco vice sindaco di Buie. La sua esperienza di italiana d'oltre confine è iniziata con la frequentazione delle scuole italiane della sua zona, anche se, all'epoca, non si sentiva l'esigenza di riconoscersi in una precisa collocazione nazionale, nessuno veniva a chiederti “cosa sei”. Ma è stato a Trieste, come studente universitaria, che Arianna ha vissuto i primi momenti più duri per la sua identità, scontrandosi con una realtà di diffidenza e scarsa coscienza delle sue origini da parte degli studenti ma soprattutto di alcuni insegnanti; Arianna ha raccontato i suoi periodi triestini più difficili, riferendo che una parte delle persone con cui aveva a che fare la faceva sentire una studente “di serie B” e non la considerava italiana, nonostante la sua provenienza culturale e la sua madre lingua. Proprio per reazione a questi atteggiamenti, per dimostrare chi veramente è e di cos’è capace, Arianna ha iniziato ad impegnarsi attivamente in Istria, accettando di diventare presidente della CI momianese. Oggi, dopo tante esperienze contrastanti, Arianna può affermare di avere un'identità forte e di sentirsi a casa a Trieste come in Istria.

Nino Martelli, Comitato Trieste Pro Patria:

Il Presidente di Trieste Pro Patria ha iniziato definendosi un umile patriota, oggi turbato da un senso di sofferenza di fronte alle situazioni che oggi avvolgono l'Italia e di impotenza davanti alle cause di tutto ciò, difficilmente sovvertibili. Le difficoltà economiche e la crisi morale della politica hanno generato una deflagrazione di populismo antinazionale mai così forte, ma in lui, al contrario, tutto ciò ha invece accentuato la fierezza di italiano, il suo orgoglio di appartenere ad una tradizione dalle radici profonde, ad un retaggio culturale ben più antico dell'unità d'Italia. Oggi, anche di fronte alla crisi di valori, anche di fronte a chi approfitta delle malefatte politiche per denigrare l'italianità in ogni suo aspetto, è più che mai necessario ergersi a difesa della nostra identità, in quanto eredità tramandataci dai nostri padri. A tal proposito, Nino ha ricordato la figura di suo padre, che dalla bassa Italia andò a lavorare prima in Veneto e poi a Rovigno, raccontandogli, molti anni dopo, di aver percepito una grande differenza tra la gente delle povere campagne venete, umile, buona ma chiusa e diffidente, rispetto agli istriani, gente calda, ospitale, pronta a darti il cuore, che aveva lasciato in lui un'impronta indelebile. Nino ha quindi spiegato come è sorta Trieste Pro Patria, in reazione allo smisurato dilagare di idee e teorie “italofobe”, che predicano odio per tutto ciò che è italiano e denigrano la storia d’Italia, idee che hanno attecchito a Trieste a causa della crisi economica ma che rischiano di produrre un danno culturale enorme e duraturo, al di là della sorte effimera di particolari movimenti indipendentisti. Martelli ha concluso confermando l'importanza di sentirsi “italiani oltre i confini” ed a tal proposito ha letto un suo breve scritto in forma di filastrocca, che sentitamente ricorda varie regioni storicamente intrise di cultura italiana, ma rimaste fuori dai confini nazionali: da Malta alla Corsica, dalla Svizzera alla Dalmazia, per concludere con il ricordo di suo padre che definiva gli istriani la parte migliore del popolo italiano.

Emanuele Merlino, Comitato 10 febbraio:

Emanuele è arrivato appositamente da Roma a rappresentare il Comitato 10 febbraio, sorto a seguito della Legge istitutiva del Giorno del Ricordo, con la finalità di tener viva la memoria delle foibe e dell'esodo giuliano dalmata ed in generale della complessa storia del confine orientale d'Italia. Al contrario di quello che alcuni vogliono far credere, ricordare la nostra storia non vuol dire per forza dividere, ma può anche unire genti di cultura diversa che abbiano la sensibilità di ascoltare le “storie degli altri” e rispettarne i drammi. Con una certa commozione, Merlino ha quindi ricordato un episodio accaduto durante uno scambio culturale con un'associazione slovena, i cui giovani componenti si sono trovati a rendere omaggio ad una loro festa nazionale; una volta sentito un accenno sulla storia degli italiani d'Istria, Fiume e Dalmazia, i giovani sono rimasti stupiti perché non ne avevano mai saputo nulla e con grande sensibilità hanno dato dei fiori a Emanuele, affinché li deponesse sulla foiba di Basovizza. Un gesto di umanità e comprensione delle altrui sofferenze, che va oltre i confini di stato e quelli dell'odio. Emanuele ha quindi sottolineato, da romano, come queste terre abbiano qualcosa di speciale, di unico, che le rende indimenticabili e le fa amare anche a chi non ne è originario.

Franco Biloslavo, Comunità di Piemonte d'Istria:

Franco Biloslavo (nella foto con Paola Legovich) è da tempo presidente dell'associazione degli esuli da Piemonte d'Istria per i quali, ha sottolineato, sentirsi e definirsi italiani è sempre stato qualcosa di naturale, quasi ovvio, anche se, a suo tempo, ciò è stato causa di sofferenze ed ha significato la condanna all'esilio. Proprio per questo, ha dichiarato Franco in relazione allo spunto offerto nell’introduzione da Bosazzi, a prescindere dalla politica, dalla crisi, dai tanti problemi che soffocano l'Italia, difficilmente i piemontesi potranno mai dire “mi vergogno di essere italiano”. Dopo essersi complimentato con gli esponenti della Pertan per queste ed altre iniziative cui ha avuto modo di assistere o partecipare attivamente negli ultimi anni, Biloslavo ha sottolineato l'importanza ma anche il piacere di partecipare alle diverse iniziative culturali che spesso si svolgono in Istria, che significano prima di tutto trovarsi tra amici, a prescindere dalla provenienza di ciascuno dall'ambiente degli esuli o da quello dei rimasti. L'obiettivo deve essere quello di portare più iniziative possibile in Istria, perché solo così si potrà alimentare la presenza della cultura italiana in queste terre, organizzare sinergie, collaborare tra le molte associazioni attive in questo campo, in due parole: “andare assieme” verso il futuro che vogliamo.

Denis Visintin, storico residente in Istria:

Denis non ha bisogno di presentazioni, essendo uno storico molto conosciuto in Istria, che ben conosce la realtà etnico-sociale di questa regione, cui ha dedicato molti studi. Premettendo di non volersi dilungare dopo molti interessanti interventi, Visintin ha sottolineato come l’italianità sia vissuta in maniera diversa tra le varie zone istriane, a seconda della concentrazione di italiani, dello stato di appartenenza, della presenza più o meno diffusa delle scuole, della realtà urbana o agricola o del contesto storico e sociale. In pratica, per fare qualche esempio, si riscontrano rilevanti differenze nell’essere italiani a Buie o a Pisino, a Rovigno o a Capodistria, a Salvore o a Parenzo. La nostra è una terra assolutamente particolare, che storicamente ha visto l’intrecciarsi di “mondi” diversi quali quello slavo, quello italiano e quello tedesco. In ogni caso, secondo Denis, nel corso degli scorsi decenni la comunità italiana ha in qualche modo saputo imporsi ed è oggi pronta ad affrontare un’Istria che sta cambiando.

Antonio Ballarin, Presidente A.N.V.G.D.:

La prima parte del convegno si è conclusa con il Presidente dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, il sodalizio degli esuli più capillarmente distribuito sul territorio italiano. Ballarin ha cominciato con l’evidenziare che un’iniziativa così esplicitamente incentrata sull’italianità, svolta in Istria, probabilmente non sarebbe stata possibile fino a una quindicina di anni fa. La storia personale raccontata in questo frangente è altamente rappresentativa di quella della nostra gente: Antonio è nato nel quartiere giuliano dalmata di Roma, è cresciuto in mezzo a molti istriani, ma spesso ha percepito la diffidenza da parte dei romani, anche a scuola, dove maestri e professori ironizzavano sulla scarsa predisposizione dei piccoli giuliani a pronunciare e scrivere correttamente “le doppie”, ma più in generale dimostravano spesso di non saper capire il terribile sradicamento cui le loro famiglie erano state sottoposte. Molto significativa è anche la storia del nonno, deportato nei “barackenlager” dagli austriaci nel 1915, in seguito tradotto in un campo di prigionia tedesco nel 1943, infine invitato esplicitamente a fuggire dalla sua terra dopo l’occupazione jugoslava. Gli italiani di queste regioni, insomma, sono stati osteggiati in diverse epoche e contesti, da differenti entità statuali; si è ricordato che l’inizio di tutto ciò può essere datato al 1866, con la discussa direttiva di Francesco Giuseppe al consiglio dei ministri. Oggi i tempi sono cambiati ed è quanto mai necessario che gli esuli che ritornano in terra natia forniscano aiuto alla comunità italiana rimasta; bisogna oggi pretendere ma anche dare rispetto, ricordare il passato, ma soprattutto guardare al futuro amando le proprie radici, coltivare la memoria senza revanscismi, per far tornare grande il popolo cui ci sentiamo di appartenere. Per le terre di confine deve essere sempre adatta la metafora della cerniera, per rappresentare regioni che uniscono e non dividono, ma senza mai rinnegare la propria appartenenza, il proprio orgoglio nazionale, la propria identità.

Alessandro Altin, vicepresidente della Pertan, ha quindi introdotto la seconda parte del convegno, dedicata alle osservazioni di studiosi esperti della situazione storica e sociale della nostra regione.

Il primo ad intervenire è stato Massimiliano Rovatti dell’Università Popolare, in veste di sociologo specializzato nello studio delle società di confine. L’esponente dell’U.P.T. ha sottolineato l’importanza di un evento come questo, che ha fatto emergere una serie di idee ed impressioni abbastanza variegate dal punto di vista personale, ma anche sociale e politico; è importante intraprendere iniziative che coinvolgano i giovani su temi legati all’identità e che spingano ad un percorso di condivisione, ad un cambio di mentalità nella direzione della reciproca comprensione. Un tanto appare ancor più importante in un contesto storicamente multiculturale, fatto di identità molteplici, che nel tempo ha fatto sorgere anche un senso di appartenenza regionale, spesso definito “istrianità”. A volte, purtroppo, l’ignoranza ha prodotto molti malesseri ed ha ferito le persone, anche ad alti livelli, pensando in particolare al racconto di Arianna Brajko nel contesto universitario; simili spiacevoli situazioni sono prevenibili solo alimentando le occasioni di scambio, di condivisione, di reciproca comprensione delle diverse culture e identità.

L’ultimo ad intervenire è stato il prof. Giuseppe Parlato, storico molto affermato a livello nazionale, che da molti anni si è particolarmente dedicato a studi incentrati sulle nostre terre. Parlato ha espresso soddisfazione per l’odierno convegno, che ha avuto il merito di far emergere diversi modi di intendere l’italianità, ma sempre senza “costruzioni ideologiche”; è stata ben rappresentata la capacità innata di molti istriani di affermare con forza la propria cultura ed il proprio senso di appartenenza nazionale anche quando si è stati trattati male dalle istituzioni. Si tratta di aspetti che oggi non è molto facile riscontrare nel nostro paese, caratterizzato da una forte identità culturale, ma nel contempo da una debole identità nazionale-statuale, il che è considerabile un retaggio dello storico particolarismo italiano, della frammentazione politica degli stati feudali; è quindi ancora tutto da costruire un vero e proprio senso dello stato, che va perseguito promuovendo una “cultura identitaria” senza fomentare antagonismi, bensì rispettando le altrui culture, ma pur sempre esigendo che gli altri rispettino la nostra. Parlato ha voluto sottolineare un concetto che è sempre stato a cuore a noi della Pertan: la cultura non deve essere vista come un concetto altamente intellettuale, privilegio di pochi eruditi; essa trova espressione, invece, in molteplici discipline o attività anche popolari ed accessibili a tutti a seconda della propria vocazione, quali lo sport, la cucina, l’arte, la musica, il dialetto, l’economia, la letteratura. Il professore ha infine sottolineato la rilevanza di eventi come questo, in quanto fanno emergere diversi racconti di storie ed esperienze personali; la raccolta di ogni singola testimonianza genera memoria e proprio per questo, oggi, si dovrebbe raccontare di più, in Italia ma anche in Europa. Anche se nella società di oggi risulta sempre più difficile parlare del passato, vanno organizzate occasioni di racconto soprattutto da parte degli anziani che sono stati testimoni dei drammi del Novecento, anche considerando che essi stanno gradualmente scomparendo.

Il convegno è terminato ricordando doverosamente la figura di Cristian Pertan, senza il quale questa e molte altre iniziative non si sarebbero svolte. Per anni Cristian ha espresso il suo sentirsi italiano prima di tutto amando la sua terra d'origine, ma soprattutto diffondendone la storia in tutta Italia ed incitando noi, che eravamo suoi amici, ad amare l'Istria, a conoscerla, a esplorarla e recuperarla, in quanto terra in cui affondano le nostre radici. Anche questo significa essere italiani.

La serata è ovviamente proseguita in Comunità con molti brindisi, allegria, sorrisi e chiacchierate che sono proseguiti fino a tarda ora, come nella tradizione dei nostri eventi.

    

Il giorno successivo, presso il campo di tiro che si trova poco fuori Cittanova, si è svolta una dimostrazione di tiro a volo, comprendente un piccolo torneo con tanto di premiazioni finali ed una serie di prova per principianti. Abbiamo così voluto suggellare la nostra iniziativa a Cittanova, dimostrando che i legami culturali che ancora uniscono l'Istria all'Italia possono essere rinsaldati anche attraverso lo sport; in questo caso, una disciplina poco seguita dai grandi riflettori mediatici, ma praticata da un buon numero di appassionati. Il principale interprete dell'evento è stato ovviamente Giovanni Cernogoraz, che come detto è stato uno degli involontari ispiratori di questa due giorni. E' stato nostro gradito e simpatico ospite il giovanissimo talento veneto Andrea Pattarello, designato dalla Federazione Italiana Tiro A Volo a rappresentare l'Italia in questa occasione. Assieme ai due si sono cimentati anche alcuni tiravolisti istriani e triestini, dando vita ad un paio d'ore di incontro sportivo, davanti a diversi spettatori. Al termine, si è lasciato spazio a chi tra il pubblico ha voluto provare a cimentarsi in questa disciplina, sotto l'occhio attento e con i consigli del campione olimpico. La miglior testimonianza della riuscita dell'evento è stata la visibile soddisfazione del giovane Pattarello e dei suoi familiari, che si sono detti entusiasti della notevole accoglienza e si sono sentiti veramente a casa.

Terminata la mattinata sportiva, tutto il numeroso gruppo di tiratori, esponenti della Comunità e simpatizzanti della Pertan si è spostato nel ristorante dello stesso Cernogoraz, dove si è potuto concludere questa nostra ennesima esperienza istriana come d'obbligo: su una lunga ed allegra tavola imbandita di pesce, vino ed allegria, prima di salutarsi ancora una volta e darsi tutti appuntamento alla prossima giornata insieme... naturalmente in Istria!

 

 

 

 

 

 
 

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